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Voglia di movida o paura di uscire dalla «tana», la doppia faccia dei giovani dopo il lockdown

Lo psichiatra Tonino Cantelmi racconta i disagi creati dalla pandemia: c’è chi ha difficoltà a riprendere relazioni sociali dopo mesi davanti al video, chi si sente invulnerabile e sfida i divieti. «Ma la maggior parte si comporta con intelligenza e responsabilità»

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Ci sono giovani - ma anche adulti - che non rispettano le norme anti-contagio. Sono negli occhi di tutti le immagini della movida in varie città e gli assembramenti quotidiani davanti a pub e gelaterie. Altri, più «nascosti», si sono invece rintanati durante il lockdown in un rassicurante rifugio dal quale fanno fatica a uscire. Sono i due volti della fase 2, «le due polarizzazioni tra chi, da un lato, ha vissuto in modo insopportabile le restrizioni comportamentali, soprattutto sul piano sociale: molti gruppi di giovani ma anche single adulti che hanno vissuto con grande difficoltà la rinuncia alla vita di relazione - e coloro che, una sorta di nuovi "hikikomori", sono sempre più desiderosi di ritirarsi», dice Tonino Cantelmi, psichiatra e professore di cyberpsicologia presso l’Università europea di Roma e presidente dell’Associazione italiana psicologi e psichiatri cattolici (Aippc).
Partiamo dai ragazzi che non escono più di casa. Che cosa è successo?
«Fino a gennaio l’Oms sosteneva che i videogiochi davano dipendenza; in febbraio e marzo, in occasione della pandemia, li ha indicati come un’ottima soluzione per aiutare i ragazzi a mantenersi attivi in questo periodo. In questo modo però abbiamo creato adolescenti sempre più digitalizzati e isolati, veri e propri "hikikomori" che si alzano la mattina un minuto prima di collegarsi con la scuola e mentre sono collegati mantengono attivi cellulare e social mandando e ricevendo messaggi. Poi, dopo la scuola, questi ragazzi si dedicano alla PlayStation e passano la notte guardando Netflix andando a dormire non prima delle 3 del mattino. Molti adolescenti hanno fatto per settimane questo tipo di vita senza che nessuno dicesse nulla. E ora dovremmo dire loro: "Basta, i videogiochi in eccesso fanno male, dovete uscire di casa?". Per loro sarà molto difficile lasciare la tana e riaffacciarsi sul mondo reale».
Poi ci sono i giovani che il desiderio di socialità spinge a comportamenti incauti, pur sapendo di poter diventare potenziale veicolo di infezione per genitori e nonni.
«Una modalità di socializzazione "incongrua" rispetto alle comprensibili richieste del governo, legata alla perdita della percezione del rischio. In alcuni gruppi di persone, soprattutto giovani, l’abbassamento del rischio percepito spinge a comportarsi come se il Covid-19 non fosse mai esistito. A torto si sono ritenuti - e si ritengono - al sicuro, come se il virus avesse operato una scelta selettiva prendendo di mira soprattutto anziani, malati, Rsa. Mantenere elevata la percezione del rischio in un momento come questo è molto importante ma non è facilissimo. I giovani si sentono in qualche modo invulnerabili. E poi ci sono gli adulti - soprattutto single - che hanno vissuto con grande fatica l’isolamento forzato e tentano in qualche modo di esorcizzare la sofferenza subita, la paura e il senso di morte che ci hanno accompagnato in queste settimane».
Il ministro agli Affari regionali Francesco Boccia ha proposto l’istituzione assistenti civici. Possono essere utili?
«Aldilà delle soluzioni proposte, compresa questa, ciò che servirebbe è un’efficace campagna di informazione, sensibilizzazione e persuasione tra pari sui social. Noi vediamo immagini che ci lasciano perplessi, ma la maggior parte degli italiani si è comportata - e continua a comportarsi - con grande intelligenza e senso di responsabilità. Dietro i comportamenti ci sono delle motivazioni. È su queste che occorre intervenire, senza moralismi o demonizzazioni. Diamo la parola ai tanti giovani che, lontani dai riflettori, si stanno mostrando capaci e responsabili indossando mascherine, mantenendo il distanziamento e divertendosi in modo intelligente. È importante che siano i giovani stessi a diffondere con la propria testimonianza buone informazioni e comportamenti corretti».

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