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Zamagni: «Questa pandemia è come una bomba, adesso ricostruire il paese dalle fondamenta»

«Quello che avverrà dopo dipende dalla nostra durezza di cervice. Noi italiani abbiamo la caratteristica che superata la fase critica poi si tende a tornare a fare come sempre si è fatto. Questa volta sono più ottimista. La botta è stata molto forte e quindi lascerà il segno». A parlare è l’economista Stefano Zamagni. Il tema dell’intervista quello che accadrà dopo lo tzunami del coronavirus in Italia.

Parole chiave: coronavirus (153)
Stefano Zamagni

Professore, qual è l’insegnamento che ne dobbiamo trarre?

«Troppe energie sono state dedicate in questa vicenda alla discussione sul “factum” e non sul “facendum”. Sono parole che Papa Francesco usa nella “Evangelii Gaudium”: il papa dice basta discutere su ciò che si è fatto: bisogna dedicare tempo alle cose che dobbiamo fare. Spesso la nostra classe politica si attarda sul passato. Dobbiamo smetterla, quel che è stato è stato. Saranno gli storici a scrivere i libri. Noi abbiamo l’obbligo di guardare avanti».

Quali altri errori sono stati fatti?

«Per difetto di cultura generale (la cui responsabilità maggiore appartiene ai professori, categoria alla quale anche io appartengo) non riusciamo a far capire al popolo italiano la differenza che c’è tra “governance” e “government”. La nostra lingua ha una sola parola: governo. E questo è un guaio. Il “government” è il governo espressione della volontà politica dei cittadini che sta a Roma oppure nelle Regioni. La “governance” è invece l’insieme delle regole in forza delle quali si organizza la società. Facendo confusione tra i due termini si è pensato che la gestione della pandemia fosse solo compito del governo inteso in senso politico e istituzionale. È un errore gravissimo. Bisognava invece realizzare un tavolo di crisi triangolare al quale partecipassero il governo nazionale, il mondo delle imprese e del sindacato e, nel terzo lato, il mondo del terzo settore cioè della società civile organizzata e delle chiese. Questo non è stato fatto. E i risultati li stiamo vedendo. Doveva essere utilizzato, fin da subito, quel patrimonio di generosità, di conoscenze, di capacità che il mondo del Terzo Settore, nato in Toscana nel 1200 con le Misericordie, poteva mettere in campo in modo organico».

E quando dovrà partire un piano di rinascita?

«Non si può aspettare la fine dell’emergenza. Il paese adesso ha bisogno di essere ricostruito dalle fondamenta. Questa pandemia è paragonabile a una bomba. Sarebbe da irresponsabili attendere. La storia ci insegna: mentre era ancora in corso la seconda guerra mondiale, un gruppo di cattolici si riunirono a Camaldoli e stesero il famoso “Codice” cominciando già a pensare come ricostruire il Paese. E, infatti, quel documento è confluito in buona parte dentro la nostra Costituzione. E proprio lì ha avuto origine il cosiddetto “miracolo” economico italiano del dopoguerra. Oggi dobbiamo fare la stessa operazione. Adesso dobbiamo creare un gruppo di pensiero a livello nazionale che raccolga le migliori menti, qualificate e intellettualmente oneste, alle quali chiedere la stesura nell’arco di tre mesi di un piano di ricostruzione del paese. Il documento deve contenere progetti e non proposte. Tutti sono capaci a fare proposte ma se non affianchiamo un piano di fattibilità tecnica e finanziario non diventerà mai un progetto davvero realizzabile».

A chi spetta di prendere l’iniziativa?

«Questa è un’operazione trasversale che deve formare un gruppo pluralista. Anche la Chiesa può e deve far sentire la sua voce. La Pira, all’epoca un giovinetto, partecipò ai lavori del Codice di Camaldoli. Spetta alla società civile, nelle sue dimensione plurali, mettere a disposizione le migliori energie e competenze per arrivare a definire questo progetto. Al Parlamento spetterà successivamente di valutare e discutere il piano proposto. La democrazia non può essere sospesa. Ma i parlamentari e i governanti non hanno il dono dell’onniscenza. Devono avere l’umiltà di affidarsi a chi è competente».

C’è poi il problema dell’Europa che non procede unita. Sassoli ha richiamato tutti i paesi dicendo basta agli egoismi…

«La questione è che in Europa comandano tecnocrati che credono siano sufficienti le regole tecniche per far funzionare una comunità. E il Parlamento europeo, espressione dei cittadini, di cui Sassoli è presidente non conta niente, può solo esprimere dei “desiderata”. E così si mette il bavaglio alla verità delle cose in nome di interessi o di ideologie. Questa crisi pandemica investe però tutta l’Europa: per questo ho ragione di credere che questa batosta possa servire ad aprire una nuova stagione di speranza».

Fonte: Tog
Zamagni: «Questa pandemia è come una bomba, adesso ricostruire il paese dalle fondamenta»
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