Lettere
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Dal n. 3 del 23 gennaio 2005

Chi difende la memoria di Abele?

Caro Direttore,
da un po' di tempo le cronache riportano notizie che l'uomo della strada considera inquietanti. Ti faccio alcuni esempi. Una delle ragazze implicate nell'uccisione della suora di Chiavenna, libera dopo tre anni, fa la «tata» in una scuola materna: è un programma di rieducazione, certo; appare sacrosanto recuperare chi ha sbagliato in giovanissima età. Ma tre anni non sono pochi per saggiare se uno è cambiato davvero? Quella vicenda se non erro aveva anche risvolti satanici. Soprattutto: la suora uccisa non conta più?
Giovanni Brusca ha fatto fuori un numero incredibile di persone, ha dissolto nell'acido il piccolo Giuseppe Di Matteo, eppure ha avuto permessi premio da spendere in albergo con moglie e telefonini. Chi si pentiva, una volta, faceva vita diversa. Le rare istantanee dell'uccisore di Maria Goretti, uscito dal carcere dopo una lunga detenzione, mostravano un uomo anziano, che lavorava nell'orto di un convento lontano da clamori e da qualunque tracotante rivendicazione. Come può esigere qualcosa per sé chi ha ucciso più di cento volte? E quelle vittime come sono considerate?

Ora Omar avrà il permesso di tornare a casa; forse presto anche Erika uscirà dal carcere. E quella mamma, e quel fratellino?

In breve, una strana realtà ci circonda: la vittima è l'oggetto scomodo, che rompe il buon andamento delle cose. Nessuno tocchi Caino, è sacrosanto: ma Abele, la memoria di Abele, i diritti dei figli di Abele, chi li difende? O la legge è tanto «cristiana» da pensare che il buono non abbia bisogno di tutela?
Elena Giannarelli
Firenze

La pietà e il perdono sono virtù forti che caratterizzano e segnano una società che voglia davvero aiutare chi ha sbagliato, anche gravemente, soprattutto se si tratta di giovani o giovanissimi.
Nessuno, infatti, può essere definitivamente inchiodato al male commesso con un giudizio definitivo e senza appello. La redenzione è sempre possibile: per questo il fine ultimo di ogni pena deve tendere al recupero della persona.
Questi sentimenti però non possono mai essere «parziali». E di fatto finiscono per diventarlo quando le vittime e i loro familiari sono per così dire messi in disparte, quasi fossero d'ingombro, mentre sono proprio l'affetto che manifestiamo verso di loro e il ricordo dei valori per cui hanno speso la vita – penso alla suora di Chiavenna – che ci rendono credibili quando sosteniamo che non ci è lecito toccare Caino.
In quest'ottica vanno inquadrati i due esempi che tu citi, cara Elena – il caso Brusca tocca un altro problema quello dei «pentiti» – perché, se si è seriamente verificata l'effettiva presa di coscienza di quanto grave sia stato il male compiuto e sono emersi una seria volontà e segni concreti di cambiamento, il carcere non serve e il servizio sociale può essere un aiuto per un reinserimento.
È opportuno inoltre che intorno a queste persone si sappia fare silenzio per non renderli in alcun modo protagonisti.
Certo nell'applicare e stabilire queste misure serve un intelligente discernimento altrimenti si approda a soluzioni facili – è di questi giorni la notizia che un giovane che ha ucciso a coltellate un coetaneo... per uno sguardo di troppo alla sua ragazza, dopo un processo con rito abbreviato è uscito dal carcere dopo otto mesi – che determinano nel sentire comune atteggiamenti di rifiuto e di durezza che non aiutano il recupero e il reinserimento che resta fondamentale.

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