Lettere
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Dal n. 40 del 7 novembre 2004

Il Papa e il giudizio sul comunismo

Se mancava ancora una piccola spinta per mettere in crisi una schiera di cattolici già disorientati da preti che hanno dimenticato la dimensione spirituale del cristianesimo e tutto fanno meno che i sacerdoti, vescovi che marciano in testa a cortei di protesta per i più svariati motivi (vedi smaltimento rifiuti) etc., la spinta decisiva è venuta dall'affermazione del Papa «Il comunismo è stato un male necessario». Anche i gulag, le purghe, le deportazioni, la persecuzione alla Chiesa, la privazione di libertà, gli eccidi cambogiani? Sapendo che spesso una frase estrapolata dal testo può essere male interpretata, ho voluto leggere l'intero brano ed ho assistito a dibattiti televisivi sull'argomento, ma le idee, invece di schiarirmi, mi si sono confuse ulteriormente.

Quale bene ha portato il comunismo? L'averci fatto distinguere il bene dal male? Credevo che ciò fosse insito in ciascuno di noi; l'aver contrastato l'eccessivo consumismo dei paesi occidentali? Ma in tal modo è stato anche distrutto il tessuto dei paesi dove regnava il comunismo, tanto che quei paesi stentano ancora oggi a conquistare un certo benessere. Insomma, neanche dopo aver ben riflettuto, ho capito il significato di quell'affermazione.

La cosa buffa è che nel mondo politico, tutti, anche chi contesta il Papa quando difende i principi della morale cattolica, cercano di sembrare d'accordo. Quelli di sinistra, perché porta acqua al loro mulino, quelli di destra, perché temono di passare per anticattolici. Io che, però, non ho preclusioni ideologiche di alcun genere e mi proclamo cattolica praticante, mi rifiuto d'accettarla.
Alda Martinelli
Monticiano (Si)

Alla Fiera del Libro di Francoforte è stato presentato il quinto volume di Karol Wojtyla, in uscita nella prossima primavera con il titolo «Memoria e identità. Conversazioni a cavallo dei millenni», per i tipi della Rizzoli. Del volume, che ripropone conversazioni filosofiche sul nostro tempo, che il Papa ebbe nell'estate del 1993 con due filosofi polacchi suoi amici, Jozef Tischner (scomparso nel 2000) e Krzysztof Michalski, sono stati anticipati due brevi brani, uno sul tema del «male» e dei totalitarismi del Novecento e l'altro sul concetto di libertà.
Da questi due frammenti e soprattutto dagli interventi del portavoce vaticano Navarro Valls e dell'editore Ferruccio De Bortoli, si capisce che al centro del volume c'è il tema della presenza del male nella storia, tema – peraltro – che attraversa tutta la riflessione umana. In uno di questi due frammenti il Papa medita sul perché la Provvidenza abbia concesso dodici anni allo «scatenarsi di quel furore bestiale» che fu il nazismo e molti di più a quell'altra «ideologia del male» che fu il comunismo.
«Per me, allora, – scrive Giovanni Paolo II a proposito di quest'ultimo – fu subito chiaro che ciò sarebbe durato per un tempo molto più lungo di quello nazista. Quanto lungo? Era difficile prevederlo. Ciò che veniva fatto di pensare era che quel male fosse in qualche modo necessario al mondo e all'uomo. Succede, infatti, che in certe concrete situazioni dell'esistenza umana il male si riveli in qualche misura utile – utile in tanto in quanto crea occasioni per il bene».
Siamo qui non su un piano storico, ma di teologia della storia o, come direbbe La Pira, di teleologia della storia. Per capire cosa voglia dire davvero il Papa è necessario attendere l'intero libro. Ma pensare che questo Papa, che ha fatto esperienza sulla propria pelle di queste due «ideologie del male», giustifichi il totalitarismo comunista, francamente mi sembra un'ingenuità che almeno un cattolico dovrebbe evitare.
Claudio Turrini

«Memoria e identità», due frammenti

Il Papa e il giudizio sul comunismo
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