Lettere
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Dal n. 17 del 7 maggio 2006

La memoria storica e i rischi dell'assuefazione

La Regione Toscana dal 2001 ad oggi ha proposto ai docenti e studenti, occasioni di approfondimento sui temi storici legati allo sterminio ed alle persecuzioni degli ebrei e dei deportati militari e politici italiani nei campi nazisti. Nella convinzione che il Giorno della Memoria, istituto con la legge n. 211 del 20 luglio 2000, debba andare oltre lo spazio dell'ufficialità commemorativa e favorire una memoria storica consapevole non sempre promossa dall'Amministrazione scolastica statale. Già Primo Levi sosteneva che «comprendere è possibile, [ma] conoscere è necessario perché ciò che è accaduto può ritornare. Le coscienze possono nuovamente essere sedotta ed oscurate: anche le nostre».

La Resistenza italiana e quella europea possono essere considerate una giusta reazione al totalitarismo nazifascista ed al suo progetto di persecuzione razziale. La Resistenza è a ragione l'anima antifascista della Costituzione repubblicana italiana. E un analogo esplicito riferimento resistenziale ed antitotalitario nella Costituzione dell'Unione Europea non nuocerebbe.
Per anni la celebrazione della Resistenza e quella della Liberazione sono state centrali, oscurando del tutto od in parte la Shoah. L'istituzione del Giorno della Memoria colma un vuoto. Perciò tra il 27 gennaio ed il 25 aprile c'è ideale continuità. Non solo la memoria della Shoah è essenziale alla democrazia italiana e a quella europea. Anche la memoria dello sterminio comunista è fondamentale per l'Europa. Nei gulag sovietici è stata attuata una pulizia di classe: anche 1028 italiani, tra i quali diversi militanti comunisti, sono stati eliminati sotto Stalin.

Ma un pregiudizio politico strisciante ne ostacola il decollo. Ad esemplificazione, da una parte la Regione Toscana valorizza la memoria della Shoah («Imparare e insegnare la Shoah», 1° marzo - 19 aprile 2006) e dall'altra il Comune di Milano commemora le vittime nei gulag («Omaggio alle vittime italiane del gulag», 9/10 novembre 2005). Più in generale l'opinione pubblica manifesta una certa assuefazione alle tematiche totalitario-resistenziali: i modelli sociali efficientisti e le tesi della storiografia revisionista e negazionista facilitano l'oblio.
Fabiano D'Arrigo
Presidente Uciim Lucca

Condivido quanto scrive il presidente degli insegnanti cattolici. Mantenere viva la memoria – che non è solo conoscenza dei fatti storici, ma che non può prescindere da questi – è l'unico antidoto che possiamo somministrare alla nostra società contro ogni forma di totalitarismo e di negazione della dignità umana. In passato questa «memoria» è stata esercitata quasi sempre a senso unico. Per decenni, ad esempio, è stato un tabù parlare delle foibe. Oggi si corre il rischio opposto di un revisionismo che assieme alla retorica – della quale ovviamente non si avverte la mancanza – cancella anche ogni giudizio morale e politico su quegli avvenimenti, mettendo tutto sullo stesso piano e confondendo le ragioni degli oppressori con quelle degli oppressi. C'è poi il rischio – come scrive D'Arrigo – dell'assuefazione, della ritualità, favorite forse anche da una certa inflazione di queste «giornate». Tra quel milione di giovani, ad esempio, che lunedì scorso, a Roma, hanno assistito al concerto voluto dai sindacati, quanti si saranno chiesti, come i concorrenti del «Grande Fratello», per cosa si festeggia in tutto il mondo il 1° maggio?
Claudio Turrini

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