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Dal n. 31 del 4 settembre 2005

Quelle moschee che nascono tra i nostri campanili

Caro Direttore,
ho letto su Toscanaoggi del 24 luglio 2005 del via ai lavori del centro Islamico di Colle Val d'Elsa e la proposta di costruzione di una grande moschea a Firenze.

Sinceramente, da semplice cittadino quale io sono, che segue e vede gli avvenimenti accaduti negli ultimi anni, non condivido l'euforia del professor Cardini in parte attenuata sullo stesso argomento da Paolo Blasi.

Pur avendo la massima comprensione nei confronti dei nostri fratelli musulmani, (probabilmente se ero nato in certi paesi anche io sarei stato permeato da quella religione) ho delle grosse perplessità che si costruiscano questi edifici nel nostro paese, magari con il concorso di denaro pubblico regionale.

Ne cito solo alcune:

1) Dopo il grande attentato delle Torre gemelle di New York e di altri, in cui hanno trovato la morte migliaia di persone innocenti, ho visto personalmente alla televisione, in diversi Paesi musulmani, festeggiare tali eventi con balli ed altre manifestazione di giubilo.

2) È stato accertato più volte che nelle moschee italiane, oltre a pregare, si incita all'odio nei confronti della nostra società ed in particolare verso i cattolici considerati «infedeli».

3) È semplicemente vigliacca la tecnica dei kamikaze per fare stragi.

4) Non mi risulta che vi siano decise manifestazioni di condanna del terrorismo di matrice islamica.
Per queste ed altre ragioni non condivido l'euforia del Professore.
Lettera firmata
Castelnuovo V.C. (Pisa)

Caro Direttore,
ho letto attentamente il numero 29 di Toscanaoggi del 24 luglio. Mi è piaciuto e condivido il suo editoriale. Ho letto anche gli interventi di Cardini e di Blasi. Mentre condivido quasi in tutto quello di Blasi, condivido poco quello di Cardini, che mi sembra anche non condiviso in pieno da Lei.

Vorrei aggiungere, inoltre, altre riserve che ho letto su alcuni quotidiani e in particolare di Magdi Allam, vicedirettore del Corriere, di origine musulmana (egiziano ormai con cittadinanza italiana). Egli dice che «i sermoni e le affermazioni» che si fanno nelle moschee anche italiane, in particolare quelli che arrivano dall'Arabia Saudita, sono ben diversi dai discorsi che gli iman fanno al di fuori delle moschee, in convegni, dibattiti, manifestazioni e dichiarazioni varie. Per questo sono importanti i controlli per verificare cosa effettivamente si fa e si dice nelle moschee. Dice anche che dei musulmani che sono in Italia, meno del 10% frequenta le moschee per pregare (meno dei cristiani che frequentano le chiese!). Da qui può risaltare che non sono poi così necessarie né richieste dalla maggioranza dei musulmani. In quanto poi ai controlli, di cui parla anche lei, sarebbe più logico e più oculato farli fare da organismi dello stato italiano, piuttosto che da associazioni islamiche, tanto più se queste sono ritenute «a rischio» da altri stati.

Inoltre vorrei far presente che certi amministratori che fanno simili proposte e offrono contributi considerevoli di denaro pubblico per la realizzazione di centri culturali musulmani o semplici moschee, qualche volta si rifiutano di dare contributi (e lo posso dire con cognizione di causa) per la ristrutturazione di luoghi di culto o di cultura cattolici, a volte anche di valore artistico e storico, contributi dovuti, tra l'altro per legge (come la Bucalossi), dicendo che li hanno utilizzati per altri interventi (cosa grave!) e quindi finiti!
Lettera firmata
Firenze

Caro Direttore,
trovo quanto meno incompleto il Suo editoriale del 24 luglio e ben poco obiettive le due pagine che seguono. Intanto Lei accenna solamente a quello che è la moschea: è il modo di prendere «possesso» di un paese non ancora islamico. L'Avvenire pubblicò dei servizi estremamente precisi e prudenti sul tema, con interventi, se ricordo bene, dell'amico Samir Kalil Samir, gesuita del Cairo, grande conoscitore dell'Islam, in esilio dall'Egitto causa minacce: se ha tempo approfondisca e si documenti su un tema abbastanza preoccupante!

Sullo stesso tema scrive un altro esperto, questa volta musulmano, che ho il piacere di conoscere, Magdi Allam. Dia un'occhiata ai suoi centratissimi articoli. E pensare che l'opinione pubblica italiana è tutta convinta che la moschea sia semplicemente un luogo di culto (ci vorrebbe un altro punto esclamativo).

Il serafico Elzir Izzeddin liquida l'argomento Arabia Saudita in modo troppo comodo e frettoloso: «Se l'Arabia Saudita si comporta male, è quello stato che lo fa non l'Islam».

Non sa che l'Arabia Saudita ha finanziato e finanzia almeno l'80% delle moschee in tutto il mondo e la stragrande maggioranza delle famigerate «madrasse», scuole coraniche che hanno diffuso e diffondono il verbo più intransigente wahabita, brodo di cottura dei peggiori estremismi islamici (India, Pakistan; Afganistan, Indonesia ecc).

L'attuale ripensamento saudita, anche sui finanziamenti miliardari ai movimenti estremisti e terroristi, è dovuto solo al fatto che si sono, tardivamente resi conto di esserne l'obiettivo principale (assieme ad Egitto ed Emirati del Golfo): e nel frattempo non rimediano assolutamente; altro che «reciprocità» principio guida del diritto internazionale. È ora come quando l'ho conosciuta io, 35-40 anni fa (sono stato per 7 anni primo rappresentante dell'Eni in Medio Oriente).

Purtroppo le incivili leggi saudite (e di tanti altri paesi) sono compatibili con il Corano e con l'Islam, come in fondo risulta, per le masse islamiche, compatibile lo stesso terrorismo.

Chieda a Elzir cos'è la virtù coranica della «dissimulazione». Chieda a Elzir cosa farebbe, se un suo musulmano volesse convertirsi, con tutta la sua democraticità, ne riferisce al «consiglio dei saggi»?
Moltiplichiamo le moschee e ci troveremo come nelle periferie di Parigi e di Marsiglia, ove regna il terrore della sharia e la polizia non riesce a controllare il territorio.

Affrontando argomenti così delicati, complessi e problematiche tanto difficili, è necessario informare meglio, più approfonditamente, i cittadini e, tra loro, i cristiani. E chiunque predica, anche in arabo, razzismo e violenza sia perseguito. Ieri o l'altro ieri al papa è stato chiesto se la violenza sia connaturata all'Islam. Non ha risposto, come avrebbe fatto lei, di no, ma ha detto che bisogna cercare i lati buoni dell'Islam.
Dario Dall'Aglio
Follonica (Gr)

Caro Direttore,
in Toscanaoggi del 24 luglio, il professor Franco Cardini manifesta il suo entusiastico favore per la proposta del fiorentino Ugo Caffaz, diretta a convincere i più alla costruzione di una moschea in Firenze.

Peraltro, lo stesso prof. Cardini segnala che «la vera forza sta nella ferma e serena volontà di proseguire seguendo cammini distinti ma tutti insieme nel rispetto delle leggi, sulla via della pace e della giustizia». Il «rispetto delle leggi», com'è ovvio, implica anche l'osservanza delle norme della Costituzione repubblicana, fra le quali quelle dell'art. 3, che prevede (comma 1°) l'uguaglianza, «davanti alla legge», di tutti i cittadini. Essi hanno «pari dignità sociale», «senza distinzioni di sesso». Orbene, nelle legislazioni musulmane la donna non ha una dignità sociale pari a quella dell'uomo, sicché la legislazione della nostra Repubblica, se si facesse dimentica della grave discriminazione che patisce la donna musulmana, sarebbe costituzionalmente illegittima, ancorché non comportasse alcun onere per lo Stato o l'ente locale. Tanto valga anche per il riconoscimento della cittadinanza e dei diritti elettorali, anche se di natura amministrativa.

D'altronde, non si tratta di una discriminazione teorica o virtuale, se è vero com'è vero che il quotidiano Repubblica, alle pp. I e V della cronaca fiorentina di sabato 23 luglio scorso, dà notizia dell'arresto del marito di una giovane donna musulmana (nell'occhiello si scrive «Non portava il velo, violentata»; nello sviluppo in V p., si aggiunge che la moglie, poi protetta dalle eventuali rappresaglie mediante l'esilio dalla Toscana, terra «del suo incubo», è stata violentata perché «troppo occidentale».
Roberto Vanni
San Giovanni Valdarno (Ar)

Al di là delle singole questioni, che meritano certamente attenzione, il fatto è che l'Italia – come bene evidenzia la traccia di riflessione in preparazione al Convegno di Verona dell'ottobre 2006 – sta sempre più diventando un ponte gettato tra Nord e Sud che dal bacino del Mediterraneo porta nel nostro Paese uomini e donne di diversa cultura, mentalità, religione. Una parte di questi, anche se non la maggiore, sono musulmani e si caratterizza per un forte senso di appartenenza che può ostacolare, o addirittura rifiutare, il confronto e una giusta integrazione.
Questo è il problema vero, la sfida che i tempi ci impongono e che può determinare uno scontro carico di conseguenze o un incontro tra civiltà che arricchisce, come del resto è già avvenuto in altri periodi della nostra storia. Ogni incontro però per essere fruttuoso impone una rinnovata cultura dell'accoglienza e del rispetto reciproco, che non trascuri la fisionomia del nostro Paese e dell'Europa tutta.
E sul piano politico-legislativo è richiesta la fatica del discernere e del valutare che sappia poi tradursi in disposizioni che regolano con intelligenza i flussi migratori, contrastano con vigore ogni forma di illegalità e offrono opportunità vere a chi vuol vivere e lavorare in Italia.
Tutto questo postula però un atteggiamento di fondo, diffuso e condiviso. Lo ha ben indicato il Papa nell'incontro a Colonia con i rappresentanti della comunità musulmana. «Non possiamo cedere alla paura né al pessimismo, dobbiamo piuttosto coltivare l'ottimismo e la speranza». E la via maestra per superare «contrapposizioni culturali e neutralizzare la forza dirompente delle ideologie» è per Benedetto XVI «il Dialogo intereligioso e interculturale che non può ridursi a una scelta stagionale. È una necessità vitale, da cui dipende in gran parte il nostro futuro».
Questo presuppone capacità d'incontro e identità consapevole, ma è su questi versanti che siamo deboli e la debolezza genera sempre chiusure o spirito di resa.

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