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Rai, pubblicità assurda sul canone-tassa

Parole chiave: rai (9), tv (241), fisco (119)

«Un tributo a chi sostiene l'informazione del servizio pubblico con il canone.... Il canone tv è un tributo come tutti gli altri, pagarlo non è solo un gesto di civiltà, è un obbligo». Recita più o meno così lo spot (coniugato in varie forme e con diversi testimonial) che la Rai ci sta propinando in questi giorni per ricordarci la scadenza del pagamento del canone. Capisco il bisogno di ricordarlo agli italiani, però il messaggio di questo spot– a pensarci bene – mi sembra una presa in giro. Sarebbe come se il Ministero dei trasporti ci ricordasse di pagare il bollo auto per avere strade migliori e più sicure. Non sarebbe più giusto dire: ricordati di pagare il canone, perché è obbligatorio?

U.R.
Firenze

In effetti quello spot (costato 300 mila euro) è il tentativo – un po' maldestro – di «indorare la pillola» per quella che appare come la tassa «più odiata» dagli italiani. Forse non tutti sanno che risale addirittura ad una legge del 1938. E in tutti questi anni, nonostante anche qualche promessa elettorale, non è mai stato abolita o riformata, passando anche il vaglio della Corte Costituzionale (sentenza n. 535 del 12 maggio 1998). Sul sito della Rai la troviamo descritta con queste parole: «Chiunque detenga uno o più apparecchi atti o adattabili alla ricezione dei programmi televisivi deve per legge (...) pagare il canone di abbonamento TV. Trattandosi di un'imposta sulla detenzione dell'apparecchio, il canone deve essere pagato indipendentemente dall'uso del televisore o dalla scelta delle emittenti televisive». Quindi uno non può accampare scuse, magari di essere abbonato a Sky o a Mediaset premium. Bisogna riconoscere che una tassa simile è diffusa in moltissimi paesi di tutto il mondo, dalla Germania (204,36 euro per la tv e 66,24 euro per la sola radio) fino al Sudafrica (23 euro). Ma spesso le reti del servizio pubblico non ospitano pubblicità. E c'è anche chi, come il Portogallo, ha abolito di recente il canone.

Quando i televisori erano un bene di lusso, poteva anche avere un senso che fosse chiamato a pagare l'abbonamento solo chi ne acquistava uno. Oggi, con la diffusione di cellulari e internet, non esiste nucleo familiare che non abbia almeno un «apparecchio» atto o adattabile «alla ricezione dei programmi televisivi». Tanto varrebbe abolire il balzello, attingendo alla fiscalità generale (che è progressiva, e quindi più equa) per coprire le esigenze del servizio pubblico televisivo (anche questo chiaramente da riformare). Si eviterebbe anche la presa in giro dell'esenzione per gli ultra 75enni, introdotta in pompa magna nel dicembre 2007. In pratica per poterne usufruire bisogna essere alla fame (con un reddito fino a 516,46 euro al mese per il nucleo familiare).

Comunque l'aspetto più ingiusto e intollerabile di questa tassa è che in Italia viene ampiamente evasa. Da una ricerca condotta dalla rivista «Contribuenti.it», dell'Associazione contribuenti italiani, non viene pagata dal 41% delle famiglie, con punte che arrivano fino all'87% in alcune regioni quali Campania, Calabria e Sicilia. Ancora più grave l'evasione da parte degli esercizi aperti al pubblico, per i quali la legge prevederebbe un abbonamento obbligatorio e ben più oneroso, che va dai 200 ai 6 mila euro, a seconda della tipologia di impresa. Secondo i dati Rai, pagano il canone speciale solo 180 mila imprese, mentre lo dovrebbero fare almeno in 4 milioni. Se l'evasione nel settore familiare si aggira sui 550 milioni, quella delle imprese è addirittura di oltre un miliardo di euro. È evidente che se tutti pagassero, il canone potrebbe essere drasticamente ridotto. E basterebbe poco per evitare questo scandalo. In Grecia, ad esempio, il canone tv lo è incluso nella bolletta della luce.

Claudio Turrini

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