Lettere
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Dal n. 4 del 29 gennaio 2006

Rifacciamo il tetto a San Galgano

I turisti che viaggiano per la Toscana, quando percorrono la statale che da Siena va a Massa Marittima e Follonica, si trovano a passare da San Galgano, nel comune di Chiusdino, e vedono l'abbazia con le mura e a cielo aperto, cosa diranno tra sé? Hanno mai pensato i senesi di fare una nuova copertura? E sì che di grazie San Galgano ne ha fatte parecchie nel medioevo, quando i castelli erano divisi tra guelfi e ghibellini. L'abbazia fu iniziata dopo la sua morte dai cistercensi, al tempo del senese papa Alessandro, che lo fece santo. Ancora oggi si vede la spada conficcata nella roccia a significare che Galgano, lasciando la spada, si consegnava a Dio. Sarebbe bello che qualcuno si interessasse per rimetterla in una condizione un po' più decente.
Lettera firmata

L'abbazia di San Galgano, uno dei massimi esempi italiani di architettura cistercense, è in queste condizioni da secoli. Il tetto, infatti crollò il 6 gennaio 1786, sotto il peso del campanile, dopo che l'intero complesso aveva subìto da tempo un inarrestabile declino. Essendo in queste condizioni da oltre due secoli, credo che nessuno autorizzerebbe mai una ricostruzione totale della chiesa. E poi, proprio questo suo tetto di «cielo» la rende un luogo unico, di grande spiritualità. Aggiunga una precisazione. Non fu papa Alessandro III (al secolo Rolando Bandinelli, senese, che fu papa dal 1159 al 1181) a proclamare la santità di Galgano Guidotti, ma il suo successore Lucio III (il cistercense Ubaldo Allucingoli), nel 1185, a quattro anni dalla morte di Galgano, dopo che il cardinale Conrad di Wittelsbach, che si recò sul posto per interrogare i testimoni, ebbe portato a termine la prima «causa canonica» di cui si ha notizia nella storia.
Claudio Turrini

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