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«Suicidio assistito», giornali e valori

Parole chiave: fine vita (45), eutanasia (131), etica (20)

Caro direttore, la notizia che Lucio Magri é andato a farsi uccidere in una clinica svizzera mi ha amareggiato e mi pone tanti interrogativi. È comprensibile la disperazione e la predisposizione al suicidio da chi soffre di depressione, ma sappiamo che questa malattia é curabile e non si capisce perché per rispetto alle scelte individuali di una persona, non sia possibile offrire delle alternative. Purtroppo nella nostra società sta emergendo una cultura che predispone il malato a scelte drammatiche. Si é cominciato con il testamento biologico per poi arrivare all'eutanasia anche per malati che potrebbero guarire. Spero possa pubblicare.

Lucio S.
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Caro Lucio, ecco pubblicata la sua lettera. Lo faccio volentieri, anche se avrei preferito non farlo. Lo so, è una contraddizione. Mi spiego: lo faccio volentieri perché il tema è importante e tremendamente serio. Al tempo stesso avrei preferito che il tragico gesto non fosse mai stato compiuto e quindi una lettera sull'argomento non fosse mai arrivata.

Ovviamente non è stata nemmeno la sola. Molti altri, come lei, sono rimasti turbati da questa notizia ed anche, aggiungo io, dal modo in cui è arrivata ed è stata preparata. Ma partiamo dal primo pensiero, che è per Lucio Magri ed è una preghiera. Ne avrà certamente bisogno. Come tutti noi, del resto. Non vogliamo certo guardare la pagliuzza dimenticando la trave nel nostro occhio. Lui, Magri, ne avrà avuti tanti di motivi per andare a fare quello ha fatto: la depressione, la perdita della moglie, il fallimento di un'idea politica.... Ma nessuno vale la vita.

Abbiamo letto che «vivere gli era diventato intollerabile», che ha scelto «il suicidio assistito proprio perché credeva nella vita», addirittura che si è trattato di un «gesto politico». Insomma si è voluto strumentalizzare proprio quel gesto per rivendicare il diritto a morire, anche se qualcuno l'ha voluto camuffare con la mancanza di un «dovere di vivere» e la mancanza di un «dovere di far vivere». In questo un ruolo fondamentale l'hanno avuto i suoi compagni dei tempi del «Manifesto» (quotidiano da lui fondato), ma soprattutto giornali come «La Repubblica», pronti con due pagine a dare e commentare l'annuncio, anche perché presenti «a casa di Lucio Magri, in attesa della telefonata decisiva». Sono questi i giornali che fanno mentalità, anche tra tanti cattolici, e che cercano giorno per giorno di scalfire quei valori come la sacralità della vita e chi li porta avanti, in primo luogo la comunità ecclesiale.

Si è mai chiesto caro Lucio (e se lo sono mai chiesto i nostri lettori) perché nella rubrica delle lettere su «La Repubblica» Corrado Augias risponde spesso a missive che riguardano la Chiesa, la religione, persino la teologia? Anche nel numero citato, quello del 29 novembre scorso con le due pagine su Magri, nelle lettere Augias rispondeva a «Dove la teologia non genera poteri forti» per dire, alla fine, che proprio in Italia la Chiesa esercita «di fatto un forte potere» invocando i «valori non negoziabili». Lui vuole semplicemente dare il suo contributo ad abbatterli quei valori. Anche perché, mi domando, quante lettere davvero arriveranno a «La Repubblica» su questi temi? Senz'altro molte, perché il giornale è molto letto (anche dai cattolici, ripeto), ma sicuramente in percentuale saranno molte meno di quelle sugli altri temi. Ma Augias sceglie quelle. Un motivo ci sarà?

Andrea Fagioli

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