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Edizione on line del 18 marzo 2003

Bush a Saddam, 48 ore per lasciare l'Iraq

«Saddam Hussein e i suoi figli devono lasciare l'Iraq entro 48 ore. Se non lo faranno, sarà la guerra, secondo i tempi che noi decideremo». È questo l'ultimatum lanciato dal presidente americano George Bush nel discorso di 12 minuti e 30 secondi alla Nazione, tenuto lunedì 17 marzo alle 20. L'ultimatum scade quando a Baghdad saranno le 4 del mattino di giovedì 20 marzo (le 8 di sera di mercoledì a Washington). «Chi decide che sono esauriti tutti i mezzi pacifici che il Diritto Internazionale mette a disposizione, - ha dichiarato il portavoce vaticano Navarro Valls - si assume una grave responsabilità di fronte a Dio, alla sua coscienza e alla storia».

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«Saddam Hussein e i suoi figli devono lasciare l'Iraq entro 48 ore. Se non lo faranno, sarà la guerra, secondo i tempi che noi decideremo». È questo l'ultimatum lanciato dal presidente americano George Bush nel discorso di 12 minuti e 30 secondi alla Nazione, tenuto lunedì 17 marzo alle 20, in diretta televisiva nell'ora di massimo ascolto in America. L'ultimatum scade quando a Baghdad saranno le 4 del mattino di giovedì 20 marzo (le 8 di sera di mercoledì a Washington). «Chi decide che sono esauriti tutti i mezzi pacifici che il Diritto Internazionale mette a disposizione, - ha dichiarato il portavoce vaticano Navarro Valls - si assume una grave responsabilità di fronte a Dio, alla sua coscienza e alla storia».

Il discorso del presidente degli Stati Uniti è stato rivolto all'America, ma anche ai civili e militari iracheni. Bush ha detto gli Stati Uniti «stanno agendo» contro la minaccia posta dal regime di Baghdad, sollecitando le forze irachene a collaborare con i militari americani, che forniranno loro istruzioni in questo senso. Bush ha promesso un «Iraq libero e ricco», «un esempio per tutto il Medio Oriente». La soluzione della crisi, ha ammesso, «non arriverà in un giorno», ma arriverà. Rivolgendosi direttamente agli iracheni, il presidente Usa ha quindi assicurato che se gli Stati Uniti inizieranno «una campagna militare, diretta contro gli uomini che hanno governato il Paese, non contro di voi». «La difesa di un regime che sta morendo non vale la vostra vita», ha aggiunto chiedendo agli iracheni di «non distruggere i pozzi petroliferi» e di «non fare male a nessuno, compresi i civili ireacheni. I crimini - ha promesso - saranno puniti e non si potrà usare dire di aver obbedito agli ordini».

Bush ha inoltre ribadito la sua dottrina della guerra preventiva, precisando che contro i nemici «che non pronunciano dichiarazioni di guerra formali», come l'Iraq «è suicida rispondere solo dopo che hanno agito per primi». Il presidente americano ha dichiarato che attentati terroristici in seguito all'inizio dell'uso della forza militare nel Golfo «sono evitabili, ma non impossibili», e anche questo, ha precisato, dimostra come sia necessario attaccare il regime di Saddam Hussein. Quanto alla base giuridica dell'uso della forza militare da parte della coalizione guidata dagli Stati Uniti, Bush, che nel suo discorso ha anche detto di parlare «come comandante in capo» delle forze armate, ha detto che «gli Usa hanno il diritto sovrano di usare la forza per assicurare la loro sicurezza» ed ha aggiunto che «gli Stati Uniti e i loro alleati sono autorizzati a usare la forza per disarmare l'Iraq». Per sgombrare il campo da qualsiasi obiezione, ha quindi tagliato corto: «non è una questione di autorità, ma di volontà».

L'ultimatum rivolto a Saddam e ai suoi figli diventa un monito, nelle parole di Bush, anche per tutti gli stranieri presenti in Iraq. Per «la loro stessa sicurezza tutti rappresentanti delle nazioni, inclusi gli ispettori e i giornalisti stranieri devono lasciare l'Iraq», ha aggiunto.

Nel 1991 l'ultimatum all'Iraq non era stato dichiarato dal presidente degli Stati Uniti, allora George Bush padre. La scadenza era invece contenuta in una risoluzione delle Nazioni Unite. La 687 approvata il 29 novembre del 1990 con cui si «autorizzavano tutti i Paesi membri a usare tutti i mezzi necessari per ripristinare la pace e la sicurezza nella regione» se «entro il 15 gennaio del 1991» l'Iraq non avesse rispettato le risoluzioni approvate dopo l'invasione del Kuwait, ovvero se Baghdad non avesse ritirato le sue truppe dall'Emirato. L'operazione Desert Storm iniziò due giorni dopo la scadenza dell'ultimatum, la notte del 17 gennaio.

Il ministro degli esteri iracheno, Tareq Aziz, ha dichiarato che un intervento militare americano contro Baghdad darà luogo a un movimento popolare in tutto il mondo teso «a punire gli Stati Uniti e colpire i loro interessi ovunque». Aziz ha denunciato inoltre il ritiro degli ispettori delle Nazioni Unite annunciato da Kofi Annan come una «violazione chiara e flagrante della Carta dell'Onu e della 687» (La risoluzione 687 sancisce che il Medio Oriente deve rimanere una zona priva di arsenali di armi di sterminio). «E' una decisione deplorevole» - ha aggiunto. «Se il Segretario generale dell'Onu ritira gli ispettori da Baghdad, come ha fatto con gli osservatori della missione al confine con il Kuwait, significa che ha rinunciato alla sua responsabilità di mantenere la pace e la sicurezza nel mondo» - ha affermato il ministro iracheno Sabri. «Dobbiamo difendere i nostri diritti, la nostra patria, il nostro odore. I nostri nemici bruceranno nel deserto e non riusciranno a lasciare l'Iraq vivi».

L'ultimatum di George Bush è una «decisione unilaterale» che «è contraria alla volontà del Consiglio di Sicurezza». Questo il primo commento del presidente francese Jacques Chirac. Solo il Consiglio di Sicurezza, ha proseguito, può autorizzare una guerra contro l'Iraq. Ed il Consiglio ha scelto di concedere più tempo al disarmo attraverso le ispezioni. Dal canto suo il segretario dell'Onu, Kofi Annan ha dichiarato che «una azione militare in Iraq senza il supporto di una risoluzione del Consiglio di sicurezza è di dubbia legittimità».

Da parte sua il Cancelliere tedesco, Gerhard Schroeder ha affermato che, per quanto grave potesse essere la minaccia esercitata dall'Iraq, «non si giustifica una guerra che farà morire uomini, donne e bambini innocenti».

Il presidente della Federazione russa, Vladimir Putin, ha ribadito che Mosca auspicava che la soluzione della questione irachena fosse raggiunta attraverso mezzi politici. «La nostra posizione non è cambiata. Sono convinto che tutte le soluzioni non politiche sarebbero sbagliate, perché porterebbero non solo a perdite umane e sofferenze, ma finiranno per destabilizzare la situazione globale».

Il presidente del Messico, Vicente Fox, ha ribadito alla tv messicana lunedì notte, pochi minuti dopo il discorso di Bush, la necessità di «un approccio multilaterale per risolvere le tensioni ed evitare una guerra».

Il Primo ministro cinese Wen Jiabao, ha affermato, martedì, che «la freccia è stata tesa nell'arco e ora basta un leggero gesto delle dita per farla scoccare». Jiabao ha però aggiunto che «finché sussiste un barlume di speranza non dovremo abbandonare gli sforzi per una soluzione politica che assicuri la pace».

Anche la Lega Araba ha respinto l'ultimatum di George Bush. Lo ha dichiarato il portavoce del segretario generale della Lega, Amr Mussa, aggiungendo che «viene respinto totalmente l'ultimatum dato che la risoluzione 1441 non prevede un termine massimo e la comunità internazionale riconosce la cooperazione di Baghdad con gli ispettori per l'applicazione di questa risoluzione».

Un appoggio a Bush è invece giunto dall'Australia e dal Giappone. Il Primo ministro nipponico Junichiro Koizumi ha confermato il «totale» supporto al Presidente Bush «qualora gli Usa intraprendessero un'azione militare».

Lunedì intanto Blair ha dovuto accogliere le dimissioni di Robin Cook, a lungo membro del governo, ex ministro degli esteri e attuale leader del Labour alla Camera. In una lettera al premier, Cook precisa che è stato «eroico e strenuo battersi per una nuova risoluzione in sede Onu», ma proprio la precedente insistenza rende poco chiaro come procedere ora senza e senza un accordo presso gli organismi internazionali. E alle dimissioni di Cook hanno fatto seguito quelle del vice ministro britannico della sanità Hunt perché «in disaccordo con un'azione preventiva che sta per essere decisa senza il supporto internazionale e un chiaro appoggio del popolo britannico».

Il testo integrale del discorso di Bush (dal sito della Cnn)

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