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Caritas, dossier sul «Land grabbing» nuova forma di colonialismo

Si intitola «Terra bruciata. Il land grabbing forma di colonialismo» il dossier pubblicato oggi da Caritas Italiana in occasione della Giornata mondiale della giustizia sociale e dedicato all'acquisizione di terre straniere nei Paesi più poveri per la produzione di colture.

Land grabbing (Foto Sir)

«In questi anni si è assistito al susseguirsi di ben tre crisi, una delle quali nota come ‘crisi alimentare'. Inizialmente erano all'incirca 4 milioni gli ettari utilizzati per il mercato agricolo; subito dopo il biennio 2007- 2008, in conseguenza dell'aumento massiccio degli investimenti in terreni agricoli, si arrivò ad avere più di 50 milioni di ettari gestiti da investors internazionali nel 2009. Come diretta conseguenza della forte domanda di terreni, si registrò contemporaneamente un aumento sproporzionato dei prezzi dei cereali capace di condizionare non solo i prezzi di beni derivati diretti come i farinacei, ma anche quelli di origine animale (es. il latte)». È l'analisi della Caritas Italiana contenuta nel 44° dossier dal titolo «Terra bruciata. Il land grabbing forma di colonialismo» pubblicato oggi in occasione della Giornata mondiale della giustizia sociale.

«L'acquisizione di terre straniere per la produzione di colture è considerata politicamente e finanziariamente strategica. Gli investimenti rivolti a terre straniere - si legge - ritrovano forza propulsiva nella possibilità di speculazione. Questo provoca numerosi sconvolgimenti sul prezzo del cibo e della fornitura. I drivers più importanti che scatenano il fenomeno sono la garanzia di un approvvigionamento alimentare, l'acquisizione di risorse energetiche e manifatturiere e, più in generale, il trarre profitti da investimenti privati». Secondo la Fao, la richiesta di cibo a livello globale aumenterà del 70% entro il 2050. Il problema deriva non solo dalla crescita demografica ma anche da un aumento del reddito pro capite di grandi economie in rapida crescita, come la Cina e l'India.

L'alienazione di vaste porzioni di territorio nei Paesi più poveri non è un fenomeno recente. Lo sfruttamento agricolo spesso basato su monocolture da esportazione ha caratterizzato una lunga, e per certi aspetti non ancora conclusa, stagione dello sviluppo. Ma questi fenomeni hanno trovato negli ultimi anni delle articolazioni nuove, con la pratica dell'accaparramento della terra (land grabbing). «I casi di deforestazione - denuncia la Caritas - sono in aumento, le riserve di acqua vengono continuamente inquinate da materiali tossici provenienti dai terreni su cui sono sparsi per renderli più fertili e produttivi, ma riducendo inevitabilmente e drasticamente gli ecosistemi».

Si tratta di iniziative che vengono talvolta promosse come portatrici di sviluppo e di modernità, ma che in molti casi rappresentano un pericolo importante per le popolazioni che su quei territori vivono: in termini di erosione della possibilità di queste ultime di determinare modelli di produzione quando non anche la possibilità stessa di insediamento. Tali rischi sono particolarmente importanti soprattutto laddove i meccanismi istituzionali non permettono una efficace protezione dell'accesso alle risorse delle fasce più vulnerabili della popolazione. Inoltre, «a causa del problema della regolamentazione delle multinazionali sul mercato del lavoro nazionale, si è assistito a numerose violazioni dei diritti umani. Non sono nuovi i casi in cui è stata favorita l'espropriazione delle terre alle popolazioni locali per poter sfruttare quei territori a proprio vantaggio, stipulando anche accordi con gli stessi governi nazionali, che ne hanno potuto trarre profitto».

«Intervenire in maniera più chiara e decisa per adattare il diritto internazionale a questo tipo di scenario globale che non smette di cambiare. Inoltre, il land grabbing è un fenomeno complesso che comprende in sé molteplici interessi, politici ed economici, che interferiscono nella sfera sociale», scrive ancora Caritas Italiana. «Anche l'Italia ha investito su 1 milione e 100 mila ettari, stipulando 30 contratti in 13 Stati. La maggioranza dei Paesi target dell'investimento italiano sono in Africa e in Romania, con l'appropriazione di terre volte allo sfruttamento nel settore energetico attraverso la produzione di biocombustibili e anche sviluppo di agroindustria», prosegue il dossier: «In un contesto ideale, agricoltori e consumatori del Nord e del Sud dovrebbero lavorare insieme per un diritto fondamentale che è quello di chi lavora la terra, sostenendo l'economia agricola familiare. Messi di fronte all'ampia casistica del land grabbing, che questo rapporto arricchisce ulteriormente approfondendone le modalità e i processi, vale forse la pena di scoprire quali siano le costanti di questi giganteschi fenomeni di ‘appropriazione' di spazi e ricchezze del nostro pianeta». La Caritas nota che «in molti Paesi in via di sviluppo, i governi preferiscano svendere la propria terra senza consentire le relative tutele nei confronti della sua popolazione. Lo sfruttamento delle terre anche da parte degli stessi governi, vanifica tutti gli sforzi fatti dalla società civile per portare alla luce le relative problematiche scaturite dal fenomeno limitando gli strumenti necessari per contrastarne gli abusi».

«Rimane essenziale il dialogo tra i governi dei Paesi target che sostengono questo business e chi alimenta il land grabbing e l'accaparramento delle terre per supportare e attuare politiche più idonee e trasparenti per il rispetto dei diritti dell'uso della terra. È quindi necessaria una continua azione di persuasione - conclude la Caritas - affinché da parte dei governi locali ci sia rispetto nei confronti di chi lotta per sopravvivere».

http://www.caritas.it/materiali/Mondo/am_lat/ddt44_americalatina2019.pdf

Fonte: Sir
Caritas, dossier sul «Land grabbing» nuova forma di colonialismo
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