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In Africa la più grave crisi alimentare al mondo ma aiuti umanitari sottofinanziati

In Africa si muore di fame a causa dei cambiamenti climatici, dei conflitti, del Covid-19 e dell’impennata dei prezzi di cereali a causa della guerra in Ucraina. Sono le famigerate 4 C, ossia le cause scatenanti della grave crisi alimentare in corso nel mondo.

E mentre si spendono miliardi di dollari per fare le guerre i piani di aiuto umanitari delle grandi agenzie internazionali, delle Ong e delle realtà cattoliche rimangono sottofinanziati. ”Questo riguarda tutte le crisi tranne l’Ucraina”, spiega Fabrizio Cavalletti, responsabile dell’ufficio Africa di Caritas italiana. In risposta alla crisi alimentare Caritas italiana ha lanciato la campagna “Africa, fame di giustizia”, che durerà fino alla Quaresima. Oltre alla raccolta fondi nelle diocesi per sostenere i progetti nei Paesi africani più colpiti, intende sensibilizzare su questi temi e stimolare al cambiamento degli stili di vita.

La crisi alimentare più grave al mondo è nell’Africa orientale, a causa dell’alta dipendenza dall’estero del fabbisogno di cereali, soprattutto da Russia e Ucraina, dell’aumento dei prezzi, della severa siccità in Etiopia, Kenya e Somalia, delle alluvioni in Sud Sudan, dei conflitti e della fragilità politica in Etiopia, Somalia e Sud Sudan. I numeri sono da capogiro: 20,4 milioni di persone in insicurezza alimentare e 4 milioni di animali morti in Etiopia – cita Federico Mazzarella, operatore di Caritas italiana a Nairobi, in Kenya -; 4,4 milioni in crisi acuta in Kenya, con l’85% del territorio colpito da siccità; 6,6 milioni di persone in crisi alimentare severa in Sud Sudan; 6,7 milioni di persone in insicurezza alimentare in Somalia; nella Repubblica democratica del Congo ben 25,4 milioni di persone in crisi alimentare.

“Il Sud Sudan sta aspettando Papa Francesco e l’arcivescovo di Canterbury Justin Welby. Troveranno un Paese che si è sentito abbandonato, che ha sofferto molto a causa del conflitto e che attira l’attenzione mondiale solo in alcune occasioni”, dice monsignor Christian Carlassare, vescovo di Rumbek in Sud Sudan. Due anni fa monsignor Carlassare, missionario comboniano, era stato ferito con colpi d’arma da fuoco nella sua abitazione a Rumbek, prima di insediarsi come vescovo in diocesi. Dopo gli accordi di pace nel 2019 ora c’è un governo di unità nazionale e di transizione, si dovrà andare ad elezioni nel 2024. “Gli accordi di pace spesso producono conflitti – osserva il vescovo -. C’è una tendenza nei vari gruppi a creare disordine per avere più voce e forza al tavolo delle trattative, in modo di ottenere maggiori posizioni e risorse, a costo di destabilizzare il Paese”. “Ma come si può parlare di elezione democratiche quando la gente segue il proprio gruppo etnico e un terzo della popolazione, pari a 4 milioni di sfollati e rifugiati, non potrà esprimere un voto?”, si è chiesto.

Il Sud Sudan è un Paese ricco di risorse ma la cui ricchezza “è fonte di divisione, mal spartita e mal utilizzata – afferma -. Alcuni gruppi riescono ad avere accesso alle risorse ma non danno vita ad una economia autoctona, mentre la popolazione vive sotto la soglia della povertà”. Inoltre i cambiamenti climatici stanno provocando irregolarità nelle precipitazioni, “scarse durante la semina o troppo abbondanti, distruggendo le coltivazioni”. “Nella diocesi di Malakal – dice – due parrocchie non avranno cibo da marzo a maggio. A Rumbek c’è poco cibo a causa della scarsità delle piogge”.

La diocesi, in collaborazione con agenzie umanitarie tedesche e austriache, inizierà a distribuire cibo e aiuti di emergenza ai gruppi più vulnerabili di 16 parrocchie. Un altro progetto che la Caritas di Rumbek porta avanti da tre anni è destinato ai territori lungo il fiume Nilo che soffrono a causa delle alluvioni, per promuovere la resilienza delle comunità in vari ambiti.

La Somalia è uno dei Paesi africani più colpiti dalla siccità, con la metà della popolazione che soffre la fame e un terzo di abitanti (6,7 milioni di persone) in insicurezza alimentare. 7,8 milioni di persone hanno bisogni umanitari, di cui 5 milioni sono bambini. Vi sono 3 milioni di sfollati e 1 milione di rifugiati nei Paesi limitrofi. Nel 2022 oltre 800 mila persone sono state costrette ad emigrare per ragioni alimentari. Nel 2021 sono morti oltre 3 milioni di capi di bestiame. “C’è una fame di giustizia tra i somali. A volte abbiamo usato questi Paesi come una discarica, anche con il coinvolgimento italiano nello scarico di materiali tossici. Il ruolo della comunità internazionale deve essere quello di accompagnamento, per una giustizia interna e internazionale”, afferma mons. Giorgio Bertin, vescovo di Djibouti e amministratore apostolico di Mogadiscio.

“La Somalia è un Paese estremamente povero e in balia dell’insicurezza da oltre 30 anni dovuta a conflitti tra clan, ai cambiamenti climatici e alla presenza dei ribelli islamisti di al-Shabaab.

Si sono create situazioni veramente disastrose”, spiega. La violenza di al-Shabaab, che vuole imporre un islam di tipo talebano, ha provocato tanti sfollati. Inoltre “in questi 30 anni c’è stato un disboscamento eccessivo a causa dell’esportazione di carbonella per cucinare verso i Paesi del Golfo, che favorisce la mancanza di pioggia – ha raccontato -. L’altro fattore che ha accelerato i cambiamenti climatici è l’overgrazing, il pascolo eccessivo. Gli animali che prima venivano venduti solo nel mercato locale ora vengono esportati verso la penisola arabica per maggiori guadagni”. Altro elemento problematico sono le alluvioni causate dal “non utilizzo appropriato dei fiumi”, con l’acqua che si riversa nei campi e distrugge le coltivazioni. Per tutte queste ragioni la fame è aumentata. “E’ importante per la Somalia la rinascita di uno Stato funzionale e veramente a servizio della popolazione”.La Caritas, in collaborazione con Centro missionario di Roma, ha distribuito tende e zanzariere agli sfollati a Mogadiscio. Grazie a tre progetti finanziati dall’8 per mille Cei sono stati costruiti servizi igienici e distribuito cibo. Ora è stato lanciato un appello attraverso Caritas internationalis e la Caritas irlandese per aiutare gli sfollati in una zona del sud difficile da raggiungere ma è pervenuto solo il 20% dei fondi richiesti.