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Intervista a Paolo Gentiloni: «All'Europa ora serve coraggio»

Le preoccupazioni per un autunno caldo in cui potrebbero esplodere le conseguenze economiche e sociali della crisi sono «reali e giustificate» e per questo il piano von der Leyen deve essere «approvato al più presto» con «coraggio» e «responsabilità». Paolo Gentiloni, già ministro degli Esteri e presidente del Consiglio, oggi Commissario europeo all’Economia, non nasconde i timori per una situazione che vede l’Europa in una profonda recessione. 

Paolo Gentiloni, Commissario europeo all’Economia

Nel 2020 il Pil dell’Eurozona dovrebbe calare dell’8,7%, con l’Italia che farà peggio della media con un –11,2%. Da Bruxelles il commissario italiano risponde a «Toscana Oggi» in una settimana che può essere fondamentale per il continente. Il 17 e 18 luglio il Consiglio europeo torna a riunirsi per la prima volta «in presenza» dopo il lockdown e sul tavolo c’è il piano Next Generation Eu che la Commissione ha preparato per superare la crisi. Un «bazooka» da 750 miliardi, di cui 500 come contributi a fondo perduto, su cui però ci sono ancora da superare le resistenze dei Paesi cosiddetti «frugali»: Paesi Bassi, Danimarca, Svezia e Austria.

Commissario Gentiloni, i dati sull’andamento economico di pochi giorni fa sono estremamente negativi, per quanto non inattesi, e in particolare mostrano un’Italia più in affanno di altri Paesi. Quanto potrà durare questa crisi e quali sono gli effetti anche sociali che si vedranno nei prossimi mesi in Europa e in particolare nel nostro Paese?

«Le preoccupazioni sono reali e giustificate, inutile girarci intorno. In particolare per quello che riguarda il rischio di insolvenza per le imprese e le conseguenze sociali che questa crisi può portare con sé. Quello che va evitato è che si allarghi la forbice della diseguaglianza tra i paesi dell’Unione, con un gradino sempre più alto tra chi sarà in grado di ripartire e chi, invece, resterà indietro. Per questo le proposte messe in campo dalla Commissione devono essere approvate al più presto, non c’è tempo da perdere, se vogliamo affrontare in maniera rapida e in spirito di solidarietà le conseguenze di lungo termine della pandemia sull’occupazione, sul tessuto delle imprese, sul potere d’acquisto delle famiglie, sul commercio internazionale, sulle sfide del futuro, dal digitale al green».

L’Europa sta mettendo in campo un progetto di rilancio ambizioso, anche se ci sono ancora resistenze. Il piano della Commissione passerà entro l’estate e sarà sufficiente a far ripartire l’economia del continente?

«È quello che le ho detto, non voglio dipingere il piano come l’ultima spiaggia, ma diciamo che rappresenta una straordinaria - e senza precedenti - opportunità di rilancio per una economia duramente colpita come quella europea. Sono fiducioso che si troverà una soluzione bilanciata, solidale e ragionevole, capace di dare la spinta di cui l’Europa ha bisogno, tenendo conto delle esigenze anche dei paesi più perplessi. Ora è il momento del coraggio, della solidarietà e della responsabilità».

Da questa crisi l’Europa uscirà cambiata? Quale sarà il percorso che le istituzioni comunitarie dovranno prendere adesso?

«L’Europa è già cambiata, e profondamente in questi mesi. Sono state prese decisioni che non si erano mai viste, prefigurando delle linee di tendenza sui temi economici, sanitari e sociali che hanno mutato atteggiamenti che risalivano ormai a decenni. Questo processo va accompagnato, e penso che in questa direzione la presidenza del semestre tedesca potrà dare un contributo determinante in questa direzione. La cancelliera Merkel ha saputo anticipare con coraggio una scelta di fondo per l’Europa, è stata una decisione non banale e molto significativa. L’Italia, in questo contesto, deve fare la sua parte e sono convinto che la farà, con pragmatismo, serietà e un pizzico della creatività che ci contraddistingue».

Il piano Next generation Eu prevede che ogni Stato presenti un progetto di rilancio, il «Recovery and Resilience Plan», anche con riforme strutturali. Quali sono secondo lei le più urgenti per l’Italia?

«Gli ambiti dai quali devono ripartite tutti i Paesi credo siano comuni: il tema del lavoro e della lotta alle diseguaglianze sociali, la questione centrale della solidarietà e del welfare, la scommessa sul digitale, una sfida epocale sull’ambiente. In un quadro, ovviamente, contraddistinto da investimenti sulla sanità e sulla formazione e ricerca. Spetta però all’Italia e al governo italiano individuare ambiti e priorità su cui lavorare rapidamente e in collaborazione con le istituzioni e gli altri partner europei».

Sul Mes, ma non solo, in Italia sono tornate a emergere le diffidenze rispetto all’Europa. Come si sente di replicare a chi vede le istituzioni comunitarie come un rischio per la sovranità nazionale?

«Abbiamo fatto credo un buon lavoro per sgomberare il campo da dubbi e diffidenze. Il Mes di cui parliamo non ha condizionalità e propone tassi di interesse assai vantaggiosi per i Paesi che vi volessero fare ricorso. Questi sono i fatti. Sta però ai singoli Paesi fare le proprie valutazioni e prendere le decisioni conseguenti, in questo ovviamente è bene che la Commissione non entri»

Fonte: Tog
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