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La mobilitazione delle «sardine» richiede un supplemento di analisi e come tutti i fenomeni sociali allo stato nascente non può essere incasellato all'interno di uno schema.

Qualche tempo fa sono rimasta molto colpita da un episodio che mi è tornato alla mente in questi giorni così dolorosi. Una turista appena sbarcata dal vaporetto chiede all’ambulante di turno: «A che ora chiude Venezia?». In questo quadretto c’è tutto il paradosso culturale del nostro Paese. Venezia è una città, sintesi di urbs e civitas, non un parco divertimenti. 

C'è voluto, purtroppo, un attentato estremamente grave ai nostri soldati in Iraq per provocare almeno inizialmente reazioni convergenti tra le forze politiche. Quei soldati impegnati per la pace e contro il terrorismo, ci rammentano che esistono molte dimensioni della vita della Repubblica in cui tutti i cittadini posso riconoscersi semplicemente come tali, al di là di ogni contrapposizione ideologica.

Un gesto vale più di mille parole, recita un vecchio adagio che accompagnava i nostri nonni e che la società del terzo millennio, ma già quella del secolo scorso, ha dimenticato. Ora contano le parole, gli «urli», le «offese». Parlare di povertà, di famiglie, che non arrivano alla fine del mese, per la maggioranza è un «fastidio», perché significa dover fare i conti con quanto ciascuno di noi ha ma soprattutto spreca ogni giorno.

I fatti recentemente emersi a Siena sulle chat tra adolescenti che si scambiavano materiali con contenuti pedopornografici e razzisti non può che indurci ad approfondire la riflessione sull’uso di internet e dei social media tra i giovanissimi e a impegnarci ancora di più per fornire a bambini e ragazzi strumenti di prevenzione dei rischi che le nuove tecnologie portano con sé. Una riflessione e una attività di prevenzione sulle quali l’Istituto degli Innocenti lavora già da tempo.