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Ultimo Dcpm... Il premier promette (permette?) che, pur con delle restrizioni, sarà un Natale vero... anche quest’anno! E giù discussioni, fiumi di parole o di inchiostro, pareri, contrasti: natale dell’economia, natale delle vetrine, del cenone, natale delle luci o della neve, o degli alberi... natale col coprifuoco, natale con la messa di mezzanotte alle venti... In tutte queste espressioni ci si trattiene, accuratamente mi pare, dal dire «Natale di Gesù». 

L’epidemia da Covid ha fatto emergere, nel nostro Paese, alcune difficoltà nelle relazioni tra Stato e Regioni: il che non sorprende del tutto, perché ben sappiamo come in ogni relazione i momenti di crisi inducono a evidenziare alcune problematicità che in tempi «normali» difficilmente vengono a galla. Proviamo a dipanare la matassa dall’inizio.

Uno degli effetti collaterali più dolorosi della pandemia è la sindrome del “tutti contro tutti”. Chi deve chiudere l'attività dopo l'ultimo decreto contro chi ha ancora il permesso di tenere aperto. Chi ha perso il lavoro contro chi ha ancora lo stipendio di sempre. Chi è più affamato di socialità (anche a costo di prendersi qualche rischio di troppo) contro chi non esce di casa nemmeno per andare a prendere un caffè sotto casa. Chi è giovane contro chi è anziano, chi fa sport contro chi è sedentario.

Tante volte negli ultimi mesi abbiamo sentito ripetere, e spesso abbiamo detto pure noi, «niente sarà come prima». Lo abbiamo davvero sperato, qualcuno ha lavorato e ancora lavora per questo obiettivo ma in realtà ricominciamo dopo l’estate. Ecco l'editoriale scritto dal direttore per il settimanale n. 31

Tra martedì e mercoledì le Camere hanno dato il via libera alla proroga dello stato d'emergenza, prolungato fino al 15 ottobre con deliberazione del Consiglio dei ministri. Le risoluzioni approvate, presentate dalle stesse forze di maggioranza, hanno fissato una serie di criteri che circoscrivono l'ampiezza del provvedimento e impegnano il governo al sistematico coinvolgimento del Parlamento. Del resto, se le ragioni dell'emergenza sono ancora obiettivamente attive – soprattutto se si guarda al contesto internazionale – la situazione consente di individuare procedure meno convulse rispetto alla prima fase della pandemia