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Aborto, non servono steccati ma riflessione culturale

L'aborto – qualunque ne siano le motivazioni – è sempre e comunque un dramma personale «per la donna, il marito, per tutta la famiglia». E lo è perché nel profondo di ognuno resta la convinzione dolorosa che «si sopprime una vita umana». Per questo la Chiesa – sono anche queste parole del cardinale Camillo Ruini in una recente trasmissione, Otto e mezzo – «non ha nei confronti delle persone un atteggiamento persecutorio e ostile, ma caritatevole».
DI ALBERTO MIGONE

Parole chiave: vita (162), aborto (107), ivg (18), legge 40 (62), fecondazione assistita (31), ru486 (32)

di Alberto Migone

L'aborto – qualunque ne siano le motivazioni – è sempre e comunque un dramma personale «per la donna, il marito, per tutta la famiglia». E lo è perché nel profondo di ognuno resta la convinzione dolorosa che «si sopprime una vita umana». Per questo la Chiesa – sono anche queste parole del cardinale Camillo Ruini in una recente trasmissione, Otto e mezzo – «non ha nei confronti delle persone un atteggiamento persecutorio e ostile, ma caritatevole».

Ma l'aborto è anche una sconfitta per l'intera società che non sa offrire possibilità concrete alle donne in difficoltà che – soprattutto nel caso di donne straniere, se fossero veramente libere da condizionamenti e non solo economici – non sceglierebbero di abortire.

In Italia l'aborto – reso legale nel 1978 –, certamente per l'opera del Movimento per la vita ma anche per il sentire diffuso tra la gente, non è mai stato per così dire normalizzato e il dibattito si riapre continuamente o per vicende drammatiche che la cronaca ci presenta o per la reclamizzazione e l'uso della pillola Ru 486, che – come è stato ben scritto – «privatizza l'aborto e riduce la donna in solitudine». Ma anche per iniziative clamorose, come la campagna di Giuliano Ferrara per una Moratoria internazionale sull'aborto che l'Onu dovrebbe promuovere in analogia con quella sulla pena di morte. Un'iniziativa che ha il merito grande di ricordare che in Paesi come la Cina e l'India l'aborto è imposto dallo Stato come mezzo di controllo delle nascite e di selezione del genere. E così in Italia si fa sempre più strada l'idea, trasversale agli schieramenti, che è necessario «fare un tagliando, dopo trent'anni, alla 194, puntando soprattutto alla prevenzione» (dichiarazione congiunta Finocchiaro-Binetti).

Questa revisione potrebbe preludere, o meglio ancora, inserirsi in una grande riflessione, culturale prima ancora che politica, sulla vita, sul suo valore, sulla sua dignità, sul modo concreto di proteggerla, promuoverla e valorizzarla, che dovrà poi sfociare in un rinnovato e diffuso suo rispetto in ogni ambito, anche perché le forme di disprezzo della vita sono molteplici: basta pensare alle troppe morti sul lavoro.

Alcuni fatti di questi giorni – la pubblicazione di un documento della Federazione nazionale dei medici, peraltro contestata dall'interno, che difende ad oltranza la 194 e la pillola Ru 486, l'adesione dei Radicali al Partito democratico e la candidatura nello stesso partito di Umberto Veronesi e all'opposto la presentazione della lista di Ferrara «Per la moratoria: l'Aborto? no grazie» – hanno immesso di prepotenza l'aborto e le questioni etiche nella campagna elettorale. Ed è bene perché gli elettori devono conoscere – prima – gli orientamenti dei vari partiti. Con il rischio, però, che questi temi gettati nell'agone elettorale vengano estremizzati e strumentalizzati. E questo non giova perché una riflessione-revisione della 194 si impone e con un coinvolgimento il più ampio possibile. Perché, diciamolo con chiarezza, 5 milioni di bambini non nati – tanti sono dal varo di questa legge – pesano, non foss'altro per le potenzialità umane negate e perdute.

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