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Attacco in Congo, la violenza non uccide mai un sorriso

Tre morti (l’ambasciatore Luca Attanasio, il carabiniere Vittorio Iacovacci e Mustapha Milambo, il loro autista congolese) hanno riportato all’attenzione degli italiani il fatto che tra i danni, gravi, del Covid-19 in quest’ultimo anno c’è stata anche la fitta nebbia calata su tutto ciò che accade fuori dai nostri confini e da quelli dei Paesi occidentali, e non solo. 

L'ambasciatore Attanasio con la moglie in visita ad una scuola

Da noi la pandemia ha ucciso e continua a uccidere, come ha fatto e fa in Africa, in Asia o in America Latina. Ma noi, come in realtà facciamo quasi sempre, non siamo capaci di guardare oltre, di accorgersi che in certi luoghi il Covid è arrivato solo a peggiorare situazioni già drammatiche, dove le guerre, le malattie e la fame uccidono da sempre e non guardano l’età e il colore delle pelle delle vittime. Attanasio (44 anni, sposato e padre di tre bambine piccole) e Iacovacci (30 anni, pronto a sposarsi nel prossimo mese di giugno) erano in Congo per portare un messaggio di pace.

L’ambasciatore aveva aiutato la moglie, di origine marocchina, a mettere in piedi anche una Ong che aiuta i bambini direttamente nelle strade polverose delle città e dei villaggi della Repubblica democratica del Congo. Un Paese che, anche per la vicinanza con altre «polveriere» di quell’area del continente africano (Repubblica Centroafricana, Uganda, Ruanda e Sudan del Sud) di pace ne ha conosciuta veramente poca. Eppure le foto sorridenti di Attanasio e del giovane carabiniere, fino a lunedì sconosciuti a tutti (esclusi naturalmente parenti e amici), pubblicate dai media ci dicono di un’Africa diversa, dove il bene per fortuna si può ancora fare senza doverlo sbandierare ai quattro venti come certi nostri politicanti. Loro lo stavano facendo anche per quelli, come noi, che hanno riempito colonne di giornali e trasmissioni tv di un’emergenza globale che dopo tanti anni è entrata anche nelle nostre case e continua a farci paura.

Questo giovane ambasciatore, al primo incarico come responsabile di una sede diplomatica, e il carabiniere sicuramente vedevano ogni giorno la paura nei volti dei bambini di quel paese, ai quali cercavano di portare prima di tutto un sorriso. E forse anche loro avevano paura ma non per questo si sono fermati e quando sono stati uccisi erano con una missione umanitaria. Non pensiamo di chiedere troppo nel domandare a ciascuno di noi una riflessione sulla morte di queste tre persone.

Lo chiedono quei sorrisi che non sono morti con loro ma restano a interrogarci; lo esigono le piccole figlie di Attanasio, i familiari di Iacovacci e pure la popolazione di quella e delle altre repubbliche dell’Africa. E non lo chiedono ora che la loro morte è entrata per qualche giorno nelle nostre case, insieme al Covid. Lo chiedono tutti i giorni, anche quando il nostro egoismo non ci permette di guardare fuori dai confini, di ricordare che oltre al Covid ci sono altre emergenze, talvolta anche nelle nostre strade, certamente in quei luoghi dove prima di tutto bisogna prima sconfiggere le guerre e la fame. Se ne saremo capaci neppure la violenza potrà uccidere i loro sorrisi.

Fonte: Tog
Attacco in Congo, la violenza non uccide mai un sorriso
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