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Avvento, il capodanno della Chiesa contro il «calo di desiderio»

In modo del tutto appartato, quasi impercettibile, in queste ultime ore è giunto al suo compimento l'anno liturgico. Per singolare paradosso l'estremo confine delle stagioni in cui celebriamo giorno dopo giorno gli eventi che stanno a fondamento della nostra salvezza in Cristo è quasi del tutto ignorato. I più sono ormai costretti a misurare il tempo e lo scorrere degli anni solo nella scansione fredda e lineare dei calendari, album spesso raffinati di variopinte e seducenti immagini, ma di fatto repertori di giorni identici e provvisori come lo è il nostro senso del tempo.
DI BERNARDO GIANNI

Parole chiave: avvento (9), liturgia (95)

di Bernardo Gianni
Priore di San Miniato - Firenze

In modo del tutto appartato, quasi impercettibile, in queste ultime ore è giunto al suo compimento l'anno liturgico. Per singolare paradosso l'estremo confine delle stagioni in cui celebriamo giorno dopo giorno gli eventi che stanno a fondamento della nostra salvezza in Cristo è quasi del tutto ignorato. I più sono ormai costretti a misurare il tempo e lo scorrere degli anni solo nella scansione fredda e lineare dei calendari, album spesso raffinati di variopinte e seducenti immagini, ma di fatto repertori di giorni identici e provvisori come lo è il nostro senso del tempo. Il nostro, infatti, è ormai un tempo privo di qualità perché spesso sazio e saturo di tutto fuorché di speranza e di apertura ad un compimento ragionevole e definitivo.

Una simile e certo sconsolante diagnosi ci è stata proposta non solo da autorevoli organismi ecclesiali ma addirittura da un osservatore tutto laico e civile quale il Censis che un anno fa nel suo 44° Rapporto sulla situazione sociale del Paese poteva scrivere: «Nel Paese sono evidenti manifestazioni di fragilità sia personali sia di massa, comportamenti e atteggiamenti spaesati, indifferenti, cinici, passivamente adattivi, prigionieri delle influenze mediatiche, condannati al presente senza profondità di memoria e di futuro».

In sostanza: «Siamo una società pericolosamente segnata dal vuoto, visto che ad un ciclo storico pieno di interessi e di conflitti sociali si va sostituendo un ciclo segnato dall'annullamento e dalla nirvanizzazione degli interessi e dei conflitti». Gli italiani soffrono di un vero e proprio «calo di desiderio» che si manifesta in ogni aspetto della loro vita: appagati i traguardi che ci si prefiggeva in passato ci si confronta oggi con la frenetica rincorsa ad oggetti «in realtà mai desiderati». «Tornare a desiderare – fa notare il Censis – è la virtù civile necessaria per riattivare una società troppo appagata ed appiattita».

Impressiona doverci riconoscere in un ritratto sociologico così estraneo alla fisionomia proposta dall'antropologia cristiana e d'altro canto l'aridità di un simile paesaggio sociale e culturale dovrebbe riattivare in noi credenti in Cristo una più profonda e responsabile coscienza della centralità della memoria, della speranza e del desiderio in ordine ad una esperienza del tempo finalmente evangelica: dono affidabile di Dio dentro al quale ci è data la possibilità di misurare la sua provvidente fedeltà alla storia dei nostri giorni e al suo progetto per la vita di ciascuno di noi. In quel silenzioso orologio architettonico del desiderio, della memoria e della speranza che è la Certosa di Serra San Bruno, poche settimane fa Papa Benedetto aveva spiegato a quei monaci solitari che «in questo consiste la bellezza di ogni vocazione nella Chiesa: dare tempo a Dio di operare con il suo Spirito e alla propria umanità di formarsi, di crescere secondo la misura della maturità di Cristo, in quel particolare stato di vita.

In Cristo c'è il tutto, la pienezza; noi abbiamo bisogno di tempo per fare nostra una delle dimensioni del suo mistero». In effetti, solo la riscoperta umile e realistica che noi portiamo un deficit di pienezza ancora da colmare ci potrebbe restituire il desiderio responsabile e creativo di guardare al futuro come possibilità di crescita, di maturazione e magari di compimento.

Corrisponde a questa esperienza personale proprio l'inizio dell'anno liturgico che ben diversamente dai congestionati capodanni del mondo civile, ci invita a riscoprire e a patire un'assenza, un vuoto e una mancanza che le nostre presuntuose e malferme sicurezze materiali e ideologiche troppe volte censurano e che invece solo un cuore vigilante, abitato dal desiderio e proteso al futuro di Dio sa finalmente riconoscere come la ragione estrema di quel grido che da sempre è l'incessante invocazione della Sposa, la Chiesa, al suo Signore: «Vieni, Signore Gesù», memore di quanto egli stesso, rassicurante, le ha risposto: «Sì, vengo presto» (Ap 22,20). Nel frattempo si dà lo svolgimento dei nostri giorni: finalmente fondati sulla memoria della prima venuta del Signore Gesù a Bethlemme e orientati dalla speranza che germoglia nella promessa affidabile del suo ritorno alla fine dei tempi, questi possono tornare ad essere i giorni in cui torna percepibile nelle strade del mondo il «lieto annunzio» di Gesù a Cafarnao, inviato dallo Spirito «a proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; a rimettere in libertà gli oppressi, a proclamare l'anno di grazia del Signore» (Lc 4,18-19). Saprà dunque testimoniare la nostra vita che con questo Avvento inizia davvero, per noi e per tutti, un «anno di grazia del Signore»?

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