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Avviare nella scuola un processo positivo senza attendere i decreti dei ministri

Francamente, il quadro tracciato dal ministro Gelmini nella sua conferenza stampa per l'inizio dell'anno scolastico non può non lasciare perplessi. È vero che chi governa tende inevitabilmente a offrire delle situazioni una rappresentazione ottimistica, così come è vero che al contrario chi sta all'opposizione finisce spesso per esagerare nell'accentuazione degli aspetti più negativi: ma l'intervento del ministro è apparso veramente superare i limiti che separano la realtà effettiva da quella virtuale.
DI GIUSEPPE SAVAGNONE

Parole chiave: scuola (352)

di Giuseppe Savagnone

Francamente, il quadro tracciato dal ministro Gelmini nella sua conferenza stampa per l'inizio dell'anno scolastico non può non lasciare perplessi. È vero che chi governa tende inevitabilmente a offrire delle situazioni una rappresentazione ottimistica, così come è vero che al contrario chi sta all'opposizione finisce spesso per esagerare nell'accentuazione degli aspetti più negativi: ma l'intervento del ministro è apparso veramente superare i limiti che separano la realtà effettiva da quella virtuale.

E la realtà è che, anche se la Gelmini non l'ha detto, questo anno scolastico si avvia sotto il peso dei pesanti tagli e delle contrazioni già stabiliti, nel 2008, dal governo. Altro che «riforma epocale» (l'espressione usata spesso dal premier  Berlusconi e dalla stessa Gelmini)!

E dire che all'inizio i criteri enunciati erano senz'altro corretti. Si voleva ripristinare la serietà della scuola e la sua valenza educativa, dopo anni di lassismo sia sul piano dello studio che su quello della disciplina. Siamo stati fin dalla prima ora tra coloro che hanno approvato pienamente le scelte del ministro, volte a vincolare il proseguimento del percorso scolastico al saldo dei debiti scolastici accumulati durante l'anno e a collegare le valutazioni relative al comportamento a quelle riguardanti il profitto (il famoso «5 in condotta»).

Poi – quando ancora si era ben lontani dalle attuali ristrettezze – lo spietato ridimensionamento degli investimenti del governo sulla scuola. Sotto la copertura degli slogan riguardanti una mitica razionalizzazione, si è imposta una filosofia che punta su criteri meramente quantitativi per tagliare dall'organismo scolastico quanto sopravanzava rispetto al nuovo budget. Un vero e proprio «letto di Procuste» (quel re che faceva sdraiare i suoi ospiti in un letto, e poi li riduceva alle dimensioni di quest'ultimo, tagliando dal loro corpo ciò che sporgeva, o stirando ciò che era troppo corto).

E' questa logica quantitativa, più che l'espulsione di fette consistenti di personale e le singole misure di accorpamento tra scuole e tra classi, ad aver peggiorato sensibilmente la situazione della nostra scuola. Un esempio. La Gelmini, nella conferenza stampa, si è attribuita il merito di aver garantito, per questo inizio d'anno, la continuità didattica. Ma chiunque abbia un minimo di familiarità con la vita della scuola sa bene che proprio questo principio, un tempo considerato, e a buon diritto, fondamentale, è stato quasi del tutto travolto dalla ridefinizione degli orari dei docenti – sempre in rapporto alla loro riduzione numerica – e dalle fusioni tra classi!

Abbiamo dunque il capro espiatorio su cui rovesciare tutte le colpe di un avvio scolastico pieno di dubbi e di nervosismi? Un po' di onestà intellettuale dovrebbe spingere tutti, anche le opposizioni, a riconoscere che i problemi della scuola italiana non li ha certo creati questo governo, per quanto male si sia mosso. Ci sono difficoltà di fondo, strutturali, ma anche e forse soprattutto culturali, che condizionano da molto tempo il nostro sistema di istruzione. Soprattutto per quanto riguarda la sua funzione educativa, che dovrebbe essere primaria, esso risente pesantemente della crisi di un orizzonte condiviso di certezze e di valori che in questi anni ha travolto i criteri dell'etica pubblica e privata nel nostro paese. La scuola non può essere un'isola felice. E la demotivazione di molti docenti nasce, prima ancora che dalle infelici politiche del ministro, dalla difficoltà di capire il senso del proprio ruolo, in un'istituzione che assomiglia sempre più a un supermarket.

A questo, però, chi si trova a operare nella scuola – genitori compresi – può e deve reagire, dall'interno di essa, con una presa di coscienza individuale e comunitaria, anche utilizzando il regime dell'autonomia, che attribuisce alle componenti dei singoli istituiti il compito di definirne la fisionomia non solo amministrativa, ma culturale, pedagogica e didattica. Per realizzare, o almeno avviare, questo processo non è necessario attendere i decreti dei ministri. L'inizio dell'anno può essere un'occasione per mettere in moto, dentro le nostre aule, un circolo virtuoso di impegno e di speranza da parte di ciascuno e di tutti. E forse anche la società potrebbe essere toccata dal risveglio culturale e morale di una scuola che torni ad essere protagonista del cambiamento. Un'utopia? Preferiamo chiamarla speranza. È questo, di ricominciare a sperare, è l'augurio che rivolgiamo, di cuore, a chi ritorna in classe.

Avviare nella scuola un processo positivo senza attendere i decreti dei ministri
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