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Anno della fede e Sinodo dei vescovi sulla nuova evangelizzazione

Chiamati alla nuova evangelizzazione nel nostro ambiente e sul nostro terreno

Che significa evangelizzazione? E soprattutto cos'è la «nuova evangelizzazione» di cui discutono i vescovi in questa assemblea ordinaria del Sinodo, che si è aperta domenica 7 ottobre?

Sinodo dei vescovi

Noi, ciascuno di noi, io stessa e tutti coloro che possono dire «io», che cosa abbiamo a che vedere e spartire con la nuova evangelizzazione? Non è una questione di preti, suore e vescovi? Se così fosse, non solo non avremo capito un bel nulla dell’omelia del Santo Padre pronunciata domenica 7 ottobre all’apertura del Sinodo dei vescovi ma neppure del nostro essere e dirsi cristiani. Sarà ben utile perciò entrare nell’ottica di quanto il nostro Pastore Benedetto ci propone come linee portanti di vita.

Che significa evangelizzazione? Dopo il Vaticano II affermiamo che «l’evangelizzazione è quella della chiamata universale alla santità, che in quanto tale riguarda tutti i cristiani», con alcune peculiarità concrete: «La loro intercessione e l’esempio della loro vita» che può dirsi evangelizzatrice perché «attenta alla fantasia dello Spirito Santo». Non è una sollecitazione entusiasmante, rimanere in ascolto di quella forza e di quel vigore creativo che lo Spirito Santo dona fin dalla creazione del mondo, aleggiando sulle acque? Egli crea in noi «la bellezza del Vangelo e della comunione in Cristo» che contagia tutti, perché non solo vive l’esperienza sacramentale ma la vive con «gusto», cioè l’assapora mentre plasma dentro e dona il Suo fuoco creatore che entusiasma e guida. Questi sono i Santi, non quelle figure oleografiche con gli occhi sbarrati e lo sguardo languido, ma quelle persone che vivono «la Parola di Dio e il Pane di vita, l’Eucaristia» come loro fonte perenne. Lo sguardo allora corre sul loro ruolo nella storia fecondato dall’annuncio.

Il mondo è sempre stato percorso da cristiani e cristiane generose che hanno valicato monti e mari, confini linguistici e culturali, forti solo del «linguaggio dell’amore e della verità»: i missionari per eccellenza e per definizione. Oggi però il Papa ci chiede una novità, una «nuova» evangelizzazione che si rivolga al nostro specifico ambiente, senza valicare frontiere geografiche o culturali, rimanendo sul terreno quotidiano, magari abbandonato, incolto, non dissodato e non seminato.

Bisogna guardarsi intorno, farsi carico di quanto avviene e delle persone con cui viviamo, gomito a gomito, l’avventura della vita. Dovremmo far trasparire che il Signore «solo riempie di significato profondo e di pace l’esistenza» e, quindi, diventare annunciatori di un incontro personale e profondo che liberi da preclusioni, pregiudizi e interrogativi mal posti, «la riscoperta della fede». Compito non da poco che non esclude, elimina e neppure offusca l’annuncio missionario ma riconosce, paradossalmente, come lontani proprio i vicini che, assuefatti ad un ascolto banalizzato o attirati da progetti e scopi futili ed effimeri, non hanno saputo o potuto procedere più in là della scorza, senza giungere alla vera vena del messaggio.

I Santi, Giovanni d’Avila e ldelgarda di Bingen, proclamati Dottori della Chiesa, distanti da noi secoli e secoli, mostrano un volto da nuovi evangelizzatori: attenti e vigili sul loro secolo, sulle necessità emergenti e le contraddizioni che solo la Parola di Gesù poteva illuminare e chiarire. Giovanni d’Avila, radicato nella Scrittura «era dotato di ardente spirito missionario», rivolto sempre all’annuncio con la sua parola verso tutti, ma con un’attenzione particolare alla «formazione dei candidati al sacerdozio, dei religiosi e dei laici», perché la Chiesa se ne ritrovasse purificata e rinnovata.

Di notevole spessore sul suo tempo fu il magistero intellettuale d’Ildegarda, monaca benedettina, che non si limitò a vivere all’interno del suo chiostro ma da qui irradiò i doni di cui Dio l’aveva colmata: «Spirito profetico e fervida capacità di discernere i segni dei tempi», nelle vicissitudini complesse del suo secolo. Le riuscì anche d’influire su Imperatori e Papi, esortando, richiamando a un unico punto: il «grande e fedele amore per Cristo e per la Chiesa».

L’Anno della fede, che si sta aprendo, rappresenta la nostra grande, comune, opportunità d’impegno e d’ispirazione, un luogo dove poterci abbeverare alle fonti della Parola e dell’Eucaristia e riconoscere la grande realtà che ci pervade, senza magari che ne abbiamo piena coscienza: «La forza di Dio che, nella fede, incontra la debolezza umana». Non ci attendono programmi, incontri, bagni di folla, insomma parole altisonanti ma vuote, ci attende una mossa radicale e capitale, senza di cui la nuova evangelizzazione non può entrare in circolo vitale: «Una disposizione sincera di conversione».

In due direzioni che non possiamo dissociare e smembrare: «Lasciarsi riconciliare con Dio e con il prossimo», concedere cioè alla fantasia dello Spirito di operare per suggerirci mutamenti reali, scoprire nuove relazioni, trovare lo spazio per Dio in una comunione intensa così da potersi rivolgere a chi ci sta accanto con la stessa dedizione con cui Gesù venne tra noi. Un Vangelo vissuto e amato perché poi sia annunciato in una forma nuova e tutta nostra in questo travagliato secolo.

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