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Come per il 2 giugno 1946 oggi servono speranza, fiducia e consapevolezza

Il 2 giugno 1946, esattamente 74 anni fa, il popolo italiano accorreva alle urne: quasi 25 milioni di italiani e di italiane (queste ammesse per la prima volta al voto) si espressero per la monarchia o la repubblica, e contemporaneamente elessero 556 componenti dell’Assemblea costituente. Fu un momento di “ripartenza” della storia italiana, reso possibile da tre sentimenti che animavano la coscienza sociale: speranza, fiducia, consapevolezza.

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La prima pagina del Corriere della Sera che annuncia l'esito del referendum

Non era facile dimostrare speranza in quella situazione: un Paese distrutto, materialmente o moralmente, dal fascismo e dalla guerra, senza prospettive certe di riprendere una qualità di vita decente. Eppure la Costituzione, che quell’Assemblea scrisse ed approvò a larghissima maggioranza, era piena di speranza: che a tutti potessero essere assicurati i diritti al lavoro, alla salute, all’istruzione, all’assistenza sociale. Non soltanto i classici diritti di libertà, ma anche quelle tutele che miravano ad assicurare un livello di benessere diffuso, diminuendo le differenze esistenti nella realtà.

Fiducia: i cittadini dimostrarono di averne molta nei confronti della classe politica, affidando ad essa, con il supporto dei partiti politici, le sorti della nascente democrazia. Dopo vent’anni di regime autoritario, si trattava quasi di un salto nel buio, con la gran parte dei parlamentari e dei ministri che non avevano esperienza pregressa di funzionamento delle istituzioni, e con una burocrazia che si era perlopiù formata all’ombra di Mussolini.

Ed insieme, consapevolezza che da quella situazione non si sarebbe usciti delegando a chi deteneva il potere la soluzione di ogni problema. Se ne poteva uscire soltanto con l’impegno di ciascuno e di tutti, senza troppe rivendicazioni di privilegi ma rimboccandosi le maniche e facendo la propria parte. Il principio di solidarietà, scolpito nell’art. 2 della Costituzione, non significava soltanto la necessità di prendersi cura dei più deboli, ma considerare la Repubblica come la casa comune, alla cui edificazione nessuno poteva sottrarsi.

Oggi, dopo 74 anni, siamo in certa misura alle prese con una nuova ri-partenza. Certamente meno drammatica di quella d’allora: se non altro per la diversa qualità di vita e per il consolidamento della nostra democrazia, di cui la Costituzione ha dimostrato, anche in questi ultimi difficili tempi, di essere baluardo essenziale. Ma pur di una ri-partenza si tratta: ed essa va affrontata con lo stesso spirito di allora.

Occorre speranza, di fronte alle tante morti cui abbiamo assistito e alle evidenti difficoltà economiche che ci aspettano, per costruire un domani nel quale fare lezione di ciò che è avvenuto e porre le basi per un società più attenta ai valori essenziali e maggiormente consapevole della necessità di ridurre le disparità sociali esistenti.

Occorre ricostruire un legame di fiducia con le istituzioni pubbliche e tra i cittadini e la classe politica: è il momento di superare quel sentimento diffuso di anti-politica che abbiamo respirato a piene polmoni fino ad oggi (e non soltanto per colpa del nostro apparato respiratorio), per ricreare su nuove basi un clima di responsabile fiducia verso quanti ci devono rappresentare e governare.

Ma occorre anche consapevolezza che, ora più che mai, è necessario l’impegno di tutti, mettendo da parte l’interesse del proprio particolare e prendendoci un po’ più cura di quello generale. Il comportamento responsabile che la popolazione ha tenuto durante il lockdown induce ad essere fiduciosi per il futuro.

Dopo 74 anni, il 2 giugno 1946 continua a guidare il nostro futuro.

Fonte: Tog
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