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Comunicazione e formazione a 50 anni dalla morte del Priore di Barbiana

È a partire dall’esperienza e dalla testimonianza di don Milani, a poco più di un anno dall’indimenticabile visita di papa Francesco a Barbiana, che i Vescovi toscani ci offrono una stimolante riflessione sulla «forza della parola» nella prospettiva della formazione e della comunicazione

Papa Francesco in preghiera sulla tomba di don Lorenzo Milani, a Barbiana (Foto Sir)

«Noi sul principio non ci si voleva credere»: è così che i ragazzi di Barbiana reagirono, sulle prime, all’insistenza perfino incomprensibile che il loro giovane Priore dava all’insegnamento della lingua. Lo ha ripetuto in ogni modo: è la lingua che fa uguali, è il possesso vero e consapevole della parola che fa di noi uomini e donne a pieno titolo, sola base da cui si può diventare cristiani. E così, come la maggior parte degli studenti di ieri e di oggi, chiedevano con decisione ore «di aritmetica e problemi».

Ed ecco che don Milani – racconta la lettera collettiva a firma di Benito Ferrini, la prima del genere – «per contentarci cominciava un po’ qualcuna di queste cose, poi gli veniva a noia e su una parola sola ci stava un’ora. Una parola da nulla diventava un mondo».

Parole che sono mondi: è a partire dall’esperienza e dalla testimonianza di don Milani, a poco più di un anno dall’indimenticabile visita di papa Francesco a Barbiana, che i Vescovi toscani ci offrono una stimolante riflessione sulla «forza della parola» nella prospettiva della formazione e della comunicazione. Un percorso che prende avvio dalla constatazione, profondamente milaniana, che esistono, in noi e intorno a noi, parole piene e parole vuote, parole vive e parole morte, parole di luce e parole di tenebra, e che viviamo immersi in un linguaggio spesso banale, ingannevole e violento. E che coraggiosamente non evita, sulla scorta del don Milani di Esperienze pastorali, di soffermarsi sul tema ancora attualissimo di una «parola che distrae», quella «ricreazione» che il Priore di Barbiana arrivava a definire «l’eresia del secolo».

Dopo un ampio approfondimento sul valore formativo della parola, nella consapevolezza che «non può darsi vera umanizzazione senza l’esercizio buono della parola che sa nominare i fatti e le cose della vita, valutarli, giudicarli, suggerirne l’esemplarità oppure denunciarli quando risultino nocivi o falsi», il testo si sofferma immancabilmente sul mondo dell’informazione e della comunicazione, così come su quello della poesia, della letteratura e del teatro: una prospettiva dalla quale i Vescovi prendono spunto per analizzare il potere che la parola ha di incantare, accarezzare e guarire.

Si tratta di pagine particolarmente evocative in cui i Vescovi ci ricordano come una delle «funzioni» più alte della parola sia proprio quella di comunicare l’intensità dei nostri affetti più profondi.

Culmine della riflessione è, infine, l’attenzione alla «parola dell’annuncio», in cui i Vescovi provano a tradurre in percorsi concreti le indicazioni di Evangelii gaudium, vero testo programmatico del pontificato di papa Francesco. Non senza un coraggioso e assai inattuale avvertimento sul rischio che le nostre diventino «parole irreali», al punto che «una condizione di irrealtà potrebbe appropriarsi della stessa Chiesa».

È questo, in effetti, il punto chiave su cui la lettera ci invita a riflettere: dobbiamo fare i conti con le nostre parole, tornare a registrare l’effettiva connessione tra chi siamo e quello che diciamo, facendo sì che nessuna parola vuota esca più dalle nostre labbra, soprattutto le parole che raccontano di Dio. È in questo modo che la profezia anche di don Milani sarà finalmente riconosciuta e accolta nella Chiesa.

Comunicazione e formazione a 50 anni dalla morte del Priore di Barbiana
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