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Con Silvia dalla parte di chi a vent’anni fa qualcosa per cambiare il mondo

Speriamo che la notizia della liberazione di Silvia, la volontaria italiana rapita in Kenya, arrivi il prima possibile. Nel frattempo possiamo esprimere qualche riflessione sulla vicenda e su come è stata giudicata dai social.

Percorsi: Giovani - Kenya - Volontariato
Silvia, la volontaria rapita in Kenya

Chi scrive ha aspettato, per scrivere, fino all’ultimo momento possibile. Fino all’ultimo avviso («Dai, sbrigati. Dobbiamo chiudere») dalla redazione. Sperava che da quelle foreste intricate arrivasse la bella notizia, le due uniche parole («Silvia libera») che contano. Non sono arrivate. Speriamo arrivino presto. Speriamo che chi legge possa già sapere com’è andata a finire. Speriamo, soprattutto, che la storia di questa ragazza lombarda andata in Africa per aiutare i più deboli sia finita bene. Nell’incertezza credo possibile, forse utile, esprimere una opinione. Anzi quattro. Opinioni espresse da nonno che vede crescere una nipotina fra le contraddizioni di un mondo così incartato fra cattiverie e ingiustizie, così bisognoso di tante giovani Silvie, così diviso fra chi è ancora capace di slanci umanitari e chi si ritrova così bene dipinto, anche a sua insaputa, dal Napalm 51 del comico genovese (quello che fa ancora ridere, non l’altro).

Opinione numero uno. Fra la Silvia che, anche con un pizzico di una ingenuità normale quando gli anni sono così pochi, cerca di dare una mano in Kenya e i tre ragazzi, di età analoghe, che giorni fa hanno riempito di botte un poverocristo reo solo di averli rimproverati perché stavano sdraiati sui sedili di un treno impedendo ad altri di sedersi, fra Silvia e i tre sbandati (tutti italiani, ndr), non ho dubbi su chi preferire.

Opinione numero due. Cerchino di ricordarsi Silvia – anche quando la storia sarà finita – quei connazionali abituati a spendere anche nei resort, accoglienti e lussuosi ma altrettanto falsi e fonti di ingiustizie, costruiti in ambienti di favola così vicini alle foreste intricate dove sono state ritrovate le treccine della ragazza. Il loro ozio è molto vicino a quegli osceni vizi che Silvia, nella sua freschezza, aveva deciso di vedere, capire e contrastare. Cerchino di ricordarlo, andando in una Malindi che bene protegge, come una prigione dorata, il loro desiderio di evasione nella natura e che, in realtà, trasmette immagini ipocrite. Esistono anche forme di turismo diverso, altro, sostenibile.

Opinione numero tre. Dedicata a tutti coloro che sui social hanno sprecato tempo a criticare, deridere, offendere la scelta di Silvia. Facile farlo, facile mettere in rete tutto quell’odio: basta poco, a tutti noi, per somigliare al mostro di Napalm 51. Un po’ meno facile rendersi conto che quelle piccole tossine quotidiane, sommate, aumentano la gravità della peste in cui siamo immersi.

Ultima opinione, in attesa della buona notizia. Cerchiamo, noi da tempo adulti, di tornare a quando eravamo noi ad avere l’età di Silvia: 23 anni. Molti fra noi, almeno c’è da sperarlo, stavano, allora, dalla parte di chi voleva fare qualcosa per cambiarlo, questo mondo. A 23 anni si è ancora in tempo. Poi, troppo spesso, si finisce per cambiare, ci si integra, si mette famiglia, si diventa parte del problema. Pensando a Silvia, proviamo dunque a riandare indietro nel tempo. E tentiamo l’impossibile: far tornare aria fresca nel cervello, ossigeno nel cuore, scioltezza ai muscoli. Potrebbe servire, forse, anche per ridurre un po’ di quel sudiciume che rende temibili le nostre pance.

Fare tifo per Silvia può significare, in concreto, dare una mano a ciascuno di noi. Almeno a quelli che ancora credono all’importanza di «restare umani».

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