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Continuare a credere nella democrazia e favorire la pacificazione politica

Quelli che abbiamo alle spalle sono stati giorni difficili per la Repubblica. E per la nostra democrazia, all’improvviso più fragile e nervosa. Giorni segnati da tante parole fuori misura, da gesti non meno imprudenti, da reazioni spericolate, da silenzi imbarazzati e da analisi ingenerose. Che solo a metterli tutti in fila, si potrebbe scrivere un libro dell’antipolitica. E anche della retorica antisistema, tanto in voga in questa stagione complicata della vita politica.

Giuseppe Conte

Sta di fatto che la Repubblica italiana, per la prima volta nel Dopoguerra, deve fare i conti con una crisi istituzionale che fa tremare il Palazzo più alto, quel Quirinale chiamato ai lavori supplementari per dare un governo al Paese dopo una crisi alimentata dal voto dell’ormai lontanissimo 4 marzo che ha rimescolato le carte della politica nazionale, disegnando un tripolarismo  dimostratosi incapace di trovare una sintesi in grado di garantire tutte le condizioni necessarie per la governabilità in un contesto europeo e internazionale sempre più rilevante per il quadrante italiano.

La domanda principale da porsi, infatti, è proprio questa: perché la vicenda politica italiana ha acquisito un peso così importante? La risposta va cercata, senza ombra di dubbio, nella geopolitica che assegna all’Italia un ruolo decisivo in Europa e nel mondo. In Europa perché siamo tra i fondatori dell’Unione e tra le principali democrazie rappresentative del Continente. Per non parlare del peso economico-industriale del nostro Paese, pur gravato da un immenso debito pubblico che ne rende affannoso il cammino e che talune forze politiche avrebbero voluto ulteriormente espandere in contraddizione con gli impegni assunti in sede europea. Nel mondo perché la nostra stabile collocazione nell’Alleanza atlantica è un fattore decisivo per la pace mondiale, a dispetto delle recenti e insorgenti simpatie verso la Russia di Putin da parte delle forze populiste e sovraniste.

Insomma, ce n’è abbastanza per capire e sondare la volontà del presidente della Repubblica, alla ricerca di soluzioni non traumatiche per la nostra vita democratica. Ma a quanto pare questa sua prudenza non solo non è stata apprezzata, anzi è stata assunta come un disonore, al punto da evocare lo spettro della messa in stato di accusa. Ora, immaginare un percorso di pacificazione nazionale è oltremodo difficile. Basti pensare alle piazze avverse e al tono da campagna elettorale permanente che segna la nostra vita da tre mesi a questa parte. Per non parlare del rischio di affrontare le urne con lo spirito di un’ordalia. Contro l’euro, contro l’Europa dei burocrati, contro le forze che credono nella collocazione stabile in Europa e perciò nell’Occidente, contro il Quirinale accusato di connivenze con le arcigne Cancellerie europee e gli onnipotenti euroburocrati, contro le élites. Un clima da Repubblica di Weimar che nessun sincero democratico può augurarsi e che anzi va ostinatamente contrastato e respinto.

Difficile immaginare cosa ci aspetti. Intanto non sono mancate evocazioni di violenze che macchierebbero per sempre il nostro statuto di Paese democratico. Nei social la violenza verbale ha raggiunto livelli inqualificabili, colpendo l’onore di persone come Mattarella. Inoltre si è diffusa un’insofferenza per gli stessi riti democratici, forse anche in nome di una Costituzione materiale che le nuove forze populiste e sovraniste hanno cercato di imporre nell’agenda politica italiana. A partire dalle forme enfatizzate della democrazia diretta, passando per la scrittura di un contratto di governo, e sino all’indicazione di un presidente del consiglio tecnico alla guida di un governo fieramente politico. Il Quirinale con sguardo indulgente e una straordinaria pazienza, ha voluto considerare tutto questo tumultuoso divenire come una forma di espressione della nuova politica. Ma poi ha dovuto prendere atto della resistenza alla sua unica richiesta (la rinuncia  alla designazione dell’euroscettico Paolo Savona alla guida del ministero del Tesoro), peraltro rientrante nelle prerogative Costituzionali attribuite al presidente della Repubblica. È bastato, però, per fare del Quirinale un nemico dei «quasi vincitori» del 4 marzo.

Eppure anche a loro, animati oggi da una voglia di rivalsa che ha sempre più forte l’odore acre dell’odio e della vendetta politica, va chiesto uno sforzo per garantire il futuro democratico del Paese. Anzi, va chiesto soprattutto a loro perché detentori di un grande consenso popolare. Ma a tutti noi, semplici cittadini, spetta l’onere più gravoso: non perdere la speranza nella democrazia, nonostante gli eccessi e le battute a vuoto di questa politica. E magari a noi cittadini credenti, che siamo minoranza, spetta partecipare a questi mesi incandescenti che ci aspettano, vestendo i panni di caschi blu della politica. Insomma, una forza di interposizione democratica, quasi una diga contro ogni forma di estremismo. Magari ricordando incessantemente a tutte le parti in causa che la democrazia è un bene facilmente deteriorabile. E che forse avere un inquilino al Quirinale che difende la democrazia mediante la Costituzione repubblicana, è un bene per tutti. Soprattutto di quel popolo che i movimenti nascenti dicono di rappresentare e difendere. Un popolo che non merita di soffrire per responsabilità di forze politiche che oggi sposano lo slogan «popolo contro élites». E domani?

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