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Corresponsabilità dei laici, obiettivo ancora lontano

I laici dalla collaborazione alla corresponsabilità. È il messaggio che viene dal Concilio e che è stato ribadito con forza da Benedetto XVI. Non un laicato che «dia una mano» ai pastori, e neppure che li «affianchi», restando comunque in un ruolo marginale, ma laici e laiche capaci di portare in prima persona, da protagonisti, il loro dono alla vita della Chiesa, secondo i loro rispettivi carismi.
A quasi cinquant'anni dalla fine del Vaticano II, siamo ancora lontani da questo obiettivo.
DI GIUSEPPE SAVAGNONE

Parole chiave: cop (165), pastorale (114), laicato (25), concilio (41)

di Giuseppe Savagnone

I laici dalla collaborazione alla corresponsabilità. È il messaggio che viene dal Concilio e che è stato ribadito con forza da Benedetto XVI. Non un laicato che «dia una mano» ai pastori, e neppure che li «affianchi», restando comunque in un ruolo marginale, ma laici e laiche capaci di portare in prima persona, da protagonisti, il loro dono alla vita della Chiesa, secondo i loro rispettivi carismi.

A quasi cinquant'anni dalla fine del Vaticano II, siamo ancora lontani da questo obiettivo. Forse più di quanto lo fossimo all'indomani di esso. Il clima di entusiasmo che le sue conclusioni avevano destato in tutti, laici e presbiteri, si è da tempo dissolto. Al suo posto, un senso di disincanto tra i laici più avvertiti (ma molti, invece, sono più clericali dei preti!) e allarmanti sintomi di ritorno al passato da parte di un clero giovane, spesso meno aperto alla laicità e ai laici di quello più anziano, che aveva respirato l'aria del Concilio.

Certo, non mancano sforzi per coinvolgere i laici nella vita interna delle comunità cristiane. Anche per il rarefarsi delle vocazioni al sacerdozio ministeriale, molti laici e laiche ormai hanno un ruolo importante all'interno delle parrocchie. Ma bisogna stare molto attenti al rischio che questa valorizzazione dei laici si svolga all'insegna di una loro «sacralizzazione». Il dualismo tra sacro e profano, antico quanto la storia delle religioni,  comporta che il divino si manifesti in certi luoghi (i templi, le alture sacre, etc.), in certe attività (i riti, le celebrazioni, etc.), in certe persone (sacerdoti e sacerdotesse, etc.), mentre tutto ciò che appartiene al mondo della vita quotidiana rimane religiosamente irrilevante.

 

Il cristianesimo ha radicalmente superato, duemila anni fa, questa logica. Gesù, alla samaritana che vorrebbe discutere con lui se si debba adorare Dio sul monte Garizim o nel tempio di Gerusalemme, risponde che  è venuto il tempo in cui Egli deve essere adorato «in Spirito e verità». Non in un luogo, non con certi riti o con altri, ma ovunque ci si trovi e in ciò che si sta vivendo. Come scriveva Barsotti in un suo diario: «Nessun luogo è più santo di quello in cui tu ti trovi».

 

La nostra pastorale, invece, ha riprodotto il dualismo. I laici sono valorizzati dentro il tempio come lettori, accoliti, ministri straordinari della comunione, catechisti. Vice-preti. La ricchezza delle loro esperienze, delle loro idee, delle loro competenze rimane sulla soglia, irrilevante. Anzi, se qualcuno si azzarda a intavolare un discorso politico o una discussione culturale, viene subito zittito. Di queste cose in chiesa non si deve parlare. Ci si dividerebbe, si dice. E allora si resta in silenzio, tutti uniti ma da una fede che non si confronta con la realtà di quel mondo a cui, come laici, apparteniamo non solo sociologicamente, ma per vocazione (Giovanni Paolo II, Christifideles laici n. 15).

 

La corresponsabilità, allora, assume una valenza unilaterale, puramente intra-ecclesiale e svuotata di riferimento alla vita reale. Il contrapasso di ciò è che essa svanisce quando si torna a questa vita. Infatti, come, entrando nel tempio, si era lasciata dietro le spalle la propria identità «profana», così, quando se ne esce, si lascia alle spalle quella «sacra» e si torna ad essere vittime delle mode, dei luoghi comuni, degli stili di vita distorti di una società consumistica, all'insegna del più totale individualismo.
Per superare questa perversa oscillazione tra una corresponsabilità clericale e un'irresponsabilità laicista il cristiano può e deve far riferimento al suo battesimo, che lo ha reso partecipe della regalità, della profezia e del sacerdozio di Cristo.

 

In forza della loro regalità i laici e le laiche sono chiamati a costruire secondo verità – e cioè secondo il progetto di Dio – sia le comunità ecclesiali di cui sono partecipi, sia le strutture sociali, politiche, economiche, i rapporti umani, le espressioni culturali del mondo in cui vivono. È questa regalità della verità l'unica che il Signore ha rivendicato (Gv 18,37), e che esclude ogni sete di potere e di successo, sia dentro che fuori la Chiesa.

 

La profezia come corresponsabilità dei laici nell'approfondimento del patrimonio della fede è garantita dal Concilio quando parla del «sensus fidei» dei fedeli. Ma è forse il momento di pensare anche alla possibilità di una «opinione pubblica» dentro la Chiesa, che lasci emergere la voce dei laici in molte questioni riguardanti la vita «profana», in cui sono spesso più competenti dei loro pastori. Senza dimenticare, naturalmente, che, mentre in campo politico –  dove l'autorità si fonda sul consenso – l'opinione pubblica è fondante, qui sarebbe solo una forma di partecipazione alla sinodalità del popolo di Dio. Il sacerdozio dei fedeli, infine, non è di serie B rispetto a quello dei presbiteri, perché è diverso per natura, non per grado (LG, n.10), e consiste nell'offerta della propria umanità. In forza di questo sacerdozio il laico e la laica non sono chiamati a svolgere solo funzioni ausiliarie (peraltro degnissime) dentro il tempio, ma a celebrare la loro liturgia per le strade del mondo, negli uffici, nelle scuole, nelle officine, in famiglia, nei luoghi dello svago, rendendosi così corresponsabili dell'offerta a Dio dell'universo e della storia.

 

Una prospettiva entusiasmante, che però suppone un'educazione adeguata. E' uno degli aspetti della sfida cui gli Orientamenti pastorali per il prossimo decennio dovrebbero aiutarci a fare fronte. A condizione che le nostre comunità ecclesiali non li lascino sulla carta (come è avvenuto in gran parte per i precedenti) e si sforzino di tradurli in realtà.

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Giani Luigi 23/06/2011 00:00
Il bell'articolo di Giuseppe Savagnone è un atto di buona volontà e di speranza.
Cosa dire in più? Augurarci che i prossimi presbiteri siano un pochino più conviviali e meno... "autoritari" di quelli che ci sono oggi.
Contentiamoci che ci sono, però.

Luigi Giani

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