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Istruzione vaticana «Ad resurgendum cum Christo»

Cremazione: dalla Chiesa una lezione di umanesimo

E' sempre più diffusa la pratica della cremazione. Un tempo era un segno di dispregio della fede e la Chiesa la proibiva e osteggiava. Adesso ha in genere altre motivazioni e la Chiesa la ammette, pur ribadendo di preferire l'inumazione. Ma mette dei «paletti» per impedire un doppio svilimento dell’uomo defunto. Un declassamento del valore dell’essere umano in generale e specialmente un indebolimento delle ragioni della fede nella vita eterna. Perché la cremazione tende a svilire la profonda unità di corpo e spirito.

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Cremazione (Foto Sir)

In un paesino del Friuli occidentale correva un patto, ferreo, che un gruppo di uomini avevano firmato solennemente. Doveva essere consegnato ai parenti, perché fosse applicato alla lettera. S’imponeva nel patto a mogli e figli di seppellire il proprio defunto senza funerali religiosi. Il gruppo si presentava dai familiari e pretendeva l’osservanza dell’accordo stipulato. Il parroco – bontà loro – veniva cortesemente invitato a seguire il feretro come un qualsiasi cittadino. Perché prendere a bersaglio proprio il funerale? Evidentemente è un simbolo forte; quel patto era un atto sfrontato per dichiarare il proprio ateismo e la distanza dalla Chiesa.

Del resto così, per quella ragione, veniva intesa la cremazione in passato, pur non essendo «di per sé contraria alla religione cristiana». Da qui vi è stato «un cambiamento della disciplina ecclesiastica». Ora non siamo più in una cultura anticlericale acida. I cristiani stessi per diverse ragioni, non ultime i costi stessi delle sepolture tradizionali nelle città, dove pure i cimiteri sono delle megalopoli funerarie, ricorrono troppo frequentemente alla cremazione con motivazioni quasi pagane.

La Chiesa, recita l’Istruzione Ad resurgendum cum Christo, «non può permettere, quindi, atteggiamenti e riti che coinvolgono concezioni errate della morte, ritenuta sia come l’annullamento definitivo della persona, sia come il momento della sua fusione con la Madre natura o con l’universo, sia come una tappa nel processo della re–incarnazione, sia come la liberazione definitiva della ‘prigione’ del corpo».

Tra l’altro, aggiunge l’Istruzione, «la sepoltura dei corpi dei fedeli defunti nei cimiteri o in altri luoghi sacri favorisce il ricordo e la preghiera per i defunti da parte dei familiari e di tutta la comunità cristiana, nonché la venerazione dei martiri e dei santi». Si veda il Sudtirolo con i piccoli e curatissimi cimiteri attorno alle chiese.

Nulla, dunque, da obiettare sulle cremazioni dei cristiani in sé stesse ma anche di ogni persona. Che cosa è accaduto in pochissimo tempo di cremazioni? Un doppio svilimento dell’uomo defunto. Un declassamento del valore dell’essere umano in generale e specialmente un indebolimento delle ragioni della fede nella vita eterna.

La cremazione tende a svilire la profonda unità di corpo e spirito. Il corpo non si riduce a un mucchietto di ceneri. Non solo ricorda l’uomo nella sua completezza fisica e spirituale, cioè di pensiero, di sentimenti, di affetti, di cure. Soprattutto è destinato alla risurrezione.

L’Istruzione di per sé non fa grandi rimproveri. Avverte un progressivo scivolamento verso un «disprezzo» filosofico ed esistenziale del corpo nel suo valore durante la vita terrena e ancor più nella vita futura, la risurrezione. Questo slittamento negativo riguarda la stessa cultura laica, che finisce per avere una visione dicotomica dell’essere umano, considerato da Cartesio in poi come soggetto pensante senza il valore della corporeità, che sarà riscoperta dalle scienze nell’Ottocento e poi dal personalismo e, da una parte, dell’esistenzialismo.

L’Istruzione è anche una lezione di umanesimo, di rivalutazione della corporeità come dimensione fondamentale dell’uomo.

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