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Dall'Isee al contributo affitti ci rimette sempre la famiglia

Povera famiglia, bistrattata da tutte le parti. Comunque ti giri c'è qualcuno che la penalizza. Persino quel rompicapo dell'«Indicatore della situazione economica equivalente», il famigerato Isee, rema contro. Lo spiegava bene Nicola Sangiacomo sulle nostre pagine livornesi lo scorso numero. L'Isee, che permette di misurare la condizione economica dei nuclei familiari, rappresenta il criterio per calcolare il diritto dei cittadini a usufruire o meno di agevolazioni nel pagamento dei servizi pubblici: dai ticket sanitari alla retta universitaria dei figli.
DI ANDREA FAGIOLI

Parole chiave: famiglia (461), matrimonio (93), fisco (119), regione toscana (1598), isee (26)

di Andrea Fagioli

Povera famiglia, bistrattata da tutte le parti. Comunque ti giri c'è qualcuno che la penalizza. Persino quel rompicapo dell'«Indicatore della situazione economica equivalente», il famigerato Isee, rema contro. Lo spiegava bene Nicola Sangiacomo sulle nostre pagine livornesi lo scorso numero. L'Isee, che permette di misurare la condizione economica dei nuclei familiari, rappresenta il criterio per calcolare il diritto dei cittadini a usufruire o meno di agevolazioni nel pagamento dei servizi pubblici: dai ticket sanitari alla retta universitaria dei figli. Lo stesso Isee è diventato, di fatto, il misuratore di quanto venga discriminata la famiglia, quella come la intende la Costituzione. Infatti, per calcolare questo indicatore vengono cumulati i redditi e i patrimoni dei coniugi, mentre rimangono separati quelli dei componenti di una coppia di fatto che, sostanzialmente, vive la stessa situazione quotidiana. Così una coppia regolarmente sposata, con il cumulo dei redditi, ha un Isee ben più alto della coppia di fatto e quindi pagherà tutto di più. Merita quindi separarsi. E in molti lo hanno fatto. Si dice che almeno il 7% delle separazioni in Italia siano fatte per convenienza fiscale.

Già nel gennaio scorso, il nostro Andrea Bernardini (Famiglia e fisco, il fenomeno delle false separazioni) raccontava, in un primo piano su queste pagine, il fenomeno delle false separazioni: «Più che il cuore, conta il portafoglio», scriveva. Ma accanto al fenomeno delle coppie che si dividono solo sulla carta per pagare meno, segnalava come tanti rinuncino a sposarsi per non perdere i vantaggi fiscali.

Siamo dunque al paradosso: la cellula fondamentale della nostra società non solo non viene favorita, come chiederebbe la Costituzione oltre che la logica economica, ma viene duramente discriminata, a livello nazionale e a livello locale. È dei giorni scorsi una delibera della Regione Toscana in materia di «Contributi affitti per i giovani». Iniziativa lodevole, che intende aiutare i giovani a uscire di casa. Però, pur non essendo ancora uscito il bando (uscirà ai primi di novembre) e pur apprezzando il fatto che si terrà senz'altro conto del reddito e della eventuale presenza di figli, ci sembra di capire che al nucleo familiare saranno equiparati i single e perfino i gruppi di amici che convivono. A parte la discutibile scelta ideologica del «tutto è famiglia», c'è il problema delle risorse, che essendo limitate potrebbero lasciar fuori non solo le coppie sposate in Chiesa o in Comune (quelle insomma riconosciute dalla nostra Costituzione), ma persino le coppie di fatto a vantaggio delle redivive «comuni» o addirittura dei single. Già in qualche indiscrezione giornalistica si parla di una previsione di oltre 7 mila contributi per l'affitto e tra questi i giovani solitari sarebbero la maggioranza.

C'è poi il problema dei controlli: saranno così efficaci da evitare furbetti che si mettono insieme per fregare la buona fede del provvedimento o proprietari che affittano a parenti e amici per raccattare qualche soldo dalla Regione?

Ci sarebbe anche un altro ragionamento da fare in quanto mentre si parla tanto di federalismo e di sussidiarietà, questo intervento della Regione, con un'unica graduatoria regionale, ci sembra piuttosto centralistico. Ma questo, come un'analisi più dettagliata della delibera, lo lasciamo ai costituzionalisti o quantomeno agli esperti di politiche familiari.

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