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«Facciamo di Toscana Oggi un luogo di dibattito sul cattolicesimo politico»

In assenza di una qualche forma di discernimento comunitario, nella solitudine alla quale si sono autocondannati, i cattolici sembrano votare esattamente come tutti gli altri italiani. Tanto da indurre i nuovi leader populisti (Matteo Salvini e Luigi Di Maio) a schiacciare l’occhiolino ai cattolici (semplici fedeli o vescovi non importa). È finita la stagione dell'impegno politico dei cattolici?

Elezioni politiche

Luigi Sturzo, Alcide De Gasperi, Meuccio Ruini, Maria Jervolino De Unterrichter, Giuseppe Dossetti, Aldo Moro, Amintore Fanfani, Emilio Colombo, Giorgio La Pira, Paolo Emilio Taviani, Primo Mazzolari, Antonio Segni, Lorenzo Milani, Giovanni Leone, Ezio Vanoni, Giovanni Battista Montini, Tina Anselmi, Carlo Donat-Cattin, Flaminio Piccoli, Maria Eletta Martini, Giovanni Marcora, Augusto Del Noce, Benigno Zaccagnini, Mino Martinazzoli. A cui aggiungerei, pochi contemporanei: Ciriaco De Mita, Romano Prodi, Camillo Ruini e Sergio Mattarella. Ecco una lista approssimativa dei padri e dei protagonisti del cattolicesimo politico italiano.

Mi scuso per le inevitabili omissioni, ben consapevole che a questi nomi andrebbero aggiunti quelli di una sterminata fila di politici, intellettuali, sindacalisti, imprenditori, leader associativi, giornalisti e animatori sociali. Tutti ben consapevoli della propria fede cristiana e del suo radicamento nella società italiana. Quelle donne e quegli uomini sono la storia del cattolicesimo politico italiano (non della Democrazia Cristiana), la cui eredità sembra essersi ai nostri giorni esaurita. Anzi, addirittura dissolta.

Di sicuro, quelle donne e quegli uomini non sono mai stati irrilevanti. Mentre le nuove generazioni di cattolici sembrano segnate dallo stigma dell’irrilevanza. Quella irrilevanza che, nel corso degli ultimi dieci anni, si è rivelata una profezia autoavverantesi. Lo dimostrano i risultati delle recenti elezioni politiche – così acutamente indagati dal professor Riccardo Saccenti sulle pagine di «Toscana Oggi» – con la scomparsa dai seggi del Parlamento di personalità direttamente riconducibili a quella tradizione culturale. Tanto da indurre i nuovi leader populisti (Matteo Salvini e Luigi Di Maio) a schiacciare l’occhiolino ai cattolici (semplici fedeli o vescovi non importa) per autoassegnarsi la rappresentanza anche dei credenti.

Noi tutti abbiamo il dovere di interrogarci su cosa sia accaduto in questi anni e di non sottrarci alle nostre responsabilità, anche per l’enorme successo dei populisti italiani che mentre spaventano l’Europa fanno felice il re dei sovranisti, l’americano e cattolico tradizionalista Steve Bannon. L’avanzata dei populismi non dovrebbe far dormire sonni tranquilli neppure ai credenti, considerate le loro spinte sovraniste, nazionaliste e stataliste. Non siamo (non dovremmo essere) proprio noi i cultori della libertà della persona umana?

Dunque, proviamo a mettere in fila solo qualche dato di fatto. Innanzitutto la consistenza della popolazione cattolica: secondo le più recenti ricerche sociologiche, i cattolici praticanti sono scesi al 18% e votano, in diversa misura, per tutti i partiti e movimenti che occupano la scena politica italiana. Dunque, la dispersione del voto cattolico è il punto d’arrivo di un processo che è partito con la scomparsa della Democrazia Cristiana ed è stato legittimato dal sistema maggioritario. Quando, però, con il Rosatellum si è riaffacciato il proporzionale, il voto dei cattolici praticanti si è ulteriormente frammentato e soprattutto non ha premiato né le forze politiche né le singole persone che si richiamavano direttamente ai valori cristiani e/o alla Dottrina sociale della Chiesa.

In assenza di una qualche forma di discernimento comunitario, nella solitudine alla quale si sono autocondannati, i cattolici sembrano votare esattamente come tutti gli altri italiani, seguendo le pulsioni del momento: securitari con i securitari, giustizialisti con i giustizialisti, antipolitici con gli antipolitici, assistenzialisti con gli assistenzialisti. Dunque, una totale e sostanziale indifferenza nei confronti della dimensione etica e valoriale cristiana che quelle pulsioni non dovrebbe assecondare. Il che ci induce a pensare che ormai la religiosità sia intesa, anche dai cattolici praticanti, come un fatto del tutto privato.

Inoltre non sbaglia chi oggi vede affermarsi, nel comportamento  dei cattolici, la linea della «distanza di sicurezza» o della «neutralità politica». Infatti è frequente ascoltare frasi del tipo: «Ha ragione il Papa. Meglio dedicarci all’ospedale da campo come ci chiede lui». O anche quelle più allarmate: «Quando in Italia nascerà un partito islamico, allora…».

A tutto questo si aggiungano i mega trend: la vittoria culturale del relativismo etico (che rende ogni opzione accettabile ed esalta i diritti individuali creandone sempre di nuovi); lo straripamento della globalizzazione (con l’esplosione di nuove povertà e ingiustizie sociali); l’affermarsi di una società «liquida» e globalizzata a cui si ribellano gli spiriti identitari che alimentano i populismi; l’espandersi dell’utopia della democrazia diretta per via digitale ai danni di quella rappresentativa. Dinanzi a tutto questo, a noi spetta alimentare il dibattito, meglio se pubblico e non solo accademico.

Mancano, però, i luoghi nei quali esercitare il discernimento comunitario sul futuro del cattolicesimo politico italiano e sulla sua duplice fedeltà (a Dio e all’uomo). Forse questo giornale, di cui conosco il coraggio, potrebbe diventare uno di questi luoghi. A modo suo e con i suoi mezzi: le pagine bianche da riempire con i nostri pensieri e le nostre parole. Di cattolici responsabili che amano la politica come spazio per la costruzione del bene comune. Di persone inquiete che non vogliono arrendersi al declino e autocondannarsi al deserto.

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