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Giornata mondiale della pace: appello del Papa alla «nonviolenza attiva»

Il Papa ha dedicato il suo messaggio per la giornata della pace di quest’anno alla «nonviolenza attiva». Anche se accenni alla nonviolenza non mancano certo nell’insegnamento dei papi precedenti è la prima volta che la nonviolenza, tanto più intesa non nel senso tradizionale di pacifismo, ma nel senso tutto moderno della nonviolenza che crea addirittura i conflitti pur non spargendo sangue in quanto «attiva», appare nettamente in un documento pontificio.

Percorsi: Pace - Papa Francesco
Papa Francesco libera una colomba in piazza San Pietro (Foto Sir)

È vero che in sostanza il Vangelo rimane lì da duemila anni come un messaggio di nonviolenza. Anzi è su questo tema che c’e il Cristo più radicale, quello dell’«ama il tuo nemico» e del «porgi l’altra guancia». Nietzsche  comprese chiaramente la novità rivoluzionaria di Gesu su questo piano quando lo definì un «delinquente politico» con una formula che sembra una bestemmia ed è invece di fatto un omaggio alla novità sconvolgente della sue dottrina che metteva addirittura in discussione l’essenza stessa dello stato basata sull’uso della forza e sul monopolio della violenza diventate le  principali virtù civili anche nell’etica dei singoli.

A lungo anche nel mondo cristiano di fatto quell’insegnamento è stato in pratica ritenuto troppo sovversivo per essere applicato all’intera società e, come il comandamento della povertà assoluta e della comunione dei beni, è stato riservato alle piccole comunità esemplari come quelle monastiche, tanto che oggi quando si cercano gli antenati degli obiettori di coscienza nel passato bisogna cercarli fra i Terziari Francescani. Su questo piano la nonviolenza evangelica è stata considerata di fatto una utopia anche se questa ammissione è esplicita soprattutto in Lutero  quando scrive che «il mondo non può venire retto secondo il Vangelo» e «re, principi, signori devono usare la spada e tagliare le teste». Eppure in un mondo in cui la guerra non distingue più fra combattenti e civili e in cui le armi possono in teoria distruggere non solo il mondo intero, ma addirittura ogni memoria della sua esistenza, è sempre più difficile dire che cosa più si adatta a questo mondo e che cosa no, che cosa sia vero realismo e che cosa sia vera utopia.

Proprio quest’anno in cui si celebra il centenario della battaglia di Verdun in cui caddero trecentomila francesi e tedeschi per spostare il fronte di trecento metri ci vuole coraggio a dire che la guerra è opera di uomini concreti, è efficiente e razionale, adopra mezzi proporzionati ai fini, rende insomma quello che spende. Ma intanto almeno la non violenza, anche quando perde, non costa quel che costa la guerra e, contrariamente al luogo comune che ancora l’accompagna, è tutt’altro che impotente. Anna Bravo nel suo libro dedicato alla non violenza e al «sangue risparmiato» (La conta dei salvati, ed. Laterza) cita degli studi seri secondo cui nel corso di tutto il Novecento nella lotta contro i regimi oppressivi la non violenza ha vinto 59 volte contro le 27 volte in cui ha vinto una rivolta armata e nella lotta contro l’occupazione e per l’autodeterminazione di un paese ha ottenuto risultati parzialmente positivi nel 41% dei casi contro il 10% di risultati parzialmente positivi delle resistenze violente.

Nel corso dell’ultimo secolo la non violenza con Gandhi ha dato l’indipendenza all’India, con Luther King ha dato diritti ai neri americani, con Mandela ha liberato il Sudafrica dall’apartheid, con Walesa e Havel ha fatto crollare il comunismo nell’Europa dell’Est, con Ibrahim Rugova almeno inizialmente ha dato l’indipendenza al Kossovo, con Aung San Sun Kyi ha dato democrazia alla Birmania. E a queste esperienze di non violenza dichiarata e organizzata andrebbero aggiunte le esperienze di quella che un bel libro di Gabriel Nissim ha chiamato «la bontà insensata» cioè la non violenza pratica, naturale, impulsiva come il suo contrario, senza teorie e senza prudenze, di chi vede nel «nemico» un fratello, colui che Gesù, come del resto Gandhi, dice che si deve amare, perché anche lui «figlio di madre», cioè uomo, come disse la donna abruzzese processata per avere nascosto un croato. Fra queste, per restare solo in Italia e nell’ultima guerra, i «giusti» che salvarono migliaia di ebrei a rischio della propria vita, le donne che andarono in giro a fare incetta di vestiti borghesi per darli ai soldati che avevano gettato la divisa dopo l’8 settembre, i contadini che tennero vivi con il loro pane per due anni, dal 1943 al 1945, decine di migliaia di prigionieri inglesi e americani  sbandati.

Sono tutte storie minute e infinite, spesso sconosciute e soprattutto misconosciute nella loro dimensione di massa tanto più grande quanto più difficile a contare perché fatta da singole persone che nemmeno si raccontano se qualcuno non viene per caso a sapere di loro, mentre la guerra da sempre è narcisistica e esibizionista, vuole che si narrino le sue storie e non quelle di chi ha fatto la pace. E purtroppo quasi sempre ci riesce.

Il testo del Messaggio del Papa per la Giornata mondiale della pace 2017

Giornata mondiale della pace: appello del Papa alla «nonviolenza attiva»
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