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Il Governo e la manovra: promesse politiche se non fuori dal mondo, certamente un po’ fuori dall’Europa

Il lungo e logorante tira e non molla intorno alla cosiddetta manovra economica del governo gialloverde, bocciata in prima istanza dalla Commissione europea, è frutto di promesse irresponsabili, tenendo conto della situazione del Paese (probabilmente di nuovo in recessione) e dei vincoli europei.

Giuseppe Conte

Cento anni fa in un saggio famoso (La politica come professione) Max Weber, il grande sociologo tedesco, sostenne che per fare il mestiere del politico non basta avere delle idee e delle convinzioni come tutti in fondo hanno, ma è indispensabile aggiungere «l’etica della responsabilità secondo la quale bisogna rispondere delle conseguenze (prevedibili) delle proprie azioni». Ora questo non sembra proprio il caso di chi attualmente ci governa nell’ormai lungo e logorante tira e non molla intorno alla cosiddetta manovra economica, senza che ancora nessuno ancora sappia bene come il tutto alla fine andrà a finire.

Il governo gialloverde ha messo nel proprio programma alcune idee (reddito di cittadinanza, flat tax, riforma della legge Fornero) e resiste nel confronto-scontro con l’Unione Europea nel volerle applicare così come l’aveva immaginate senza domandarsi se tutto quello che si era messo in programma da anni è ancora oggi realistico, attuale e attuabile, cioè in sostanza responsabile. In definitiva una caratteristica di quelli che molto genericamente si chiamano populisti è quella di cercare di applicare il principio della democrazia diretta in cui gli elettori di fatto governano dando un mandato rigido anche se questo è poi di fatto inserito in una democrazia rappresentativa dove i rappresentanti invece sono senza vincolo di mandato, i programmi devono essere diluiti in alleanze, essere compatibili con i vincoli di una Costituzione e nel nostro caso con gli impegni presi nel quadro dell’Unione Europea.

Non a caso la rete dei Cinque Stelle si chiama Rousseau e il programma di governo è chiamato con il termine tipicamente rousseauiano di «contratto». E, come diceva Rousseau, essere liberi significa essere schiavi della volontà del popolo. E questo sembra valere anche per l’Italia di oggi anche se quello che si è promesso al «popolo» sembra essere se non fuori del mondo almeno un po’ fuori dell’Europa.

Per esempio. E vero che fra tutti i paesi europei l’Italia è l’unico, insieme alla Grecia, che non abbia qualcosa di simile a quello che si chiama il reddito di cittadinanza quando gli italiani che avrebbero bisogno di aiuto si avvicinano ormai ai sei milioni e quando una serie di fattori, fra cui la globalizzazione, l’automazione, la stagnazione, sembrano indicare che la disoccupazione sarà purtroppo sempre più un fenomeno permanente. Ma solo la Danimarca prevede un reddito di cittadinanza superiore a 870 euro, mentre in Germania è intorno ai 580, in Francia intorno ai 460, nel Regno Unito intorno ai 330.

È anche vero che l’Italia è il sesto fra i paesi più tassati del mondo. Ma è anche altrettanto vero che una flat tax con aliquote massime del 15 e del 20% come quella che vuole Salvini si può trovare solo nei paesi ex-comunisti dell’Est Europa. In Germania c’è ancora un’aliquota massima del 45%, in Gran Bretagna, in Belgio, in  Austria del 50%. In Francia l’imposta sui grandi patrimoni arriva addirittura al 75%.

È anche vero che attualmente l’età di 67 anni con cui si va in pensione in Italia è, insieme all’età in cui vanno in pensione i greci, l’età pensionabile più alta di tutta l’Unione Europea. Ma è anche altrettanto vero che, prima della riforma Fornero, l’età pensionabile degli italiani con la sua media di 57 anni era la più bassa d’Europa e che riportare oggi di fatto l’età della pensione in Italia a 62 anni, come vuole la Lega, significa portarla al di sotto della media Ue che è di quasi sessantacinque anni, pari solo all’età dei francesi, ma inferiore a quella Germania e della Spagna dove si va in pensione con qualche mese in più di 65 anni, mentre nel Regno Unito, in Austria, in Belgio, in Danimarca in Portogallo, in Lussemburgo si va a 65 anni.

E in pratica non si vuole tenere conto che nel frattempo le previsioni della nostra crescita sono in ribasso. Per il prossimo anno contro la previsione di una crescita dell’1,5 del governo si prevede un ben più misero 1,1 mentre da più parti si parla addirittura di rischio di recessione,

Al momento delle elezioni del 4 marzo scorso lo spread italiano era a 131 punti, oggi è a circa 300. L’aumento dello spread fa aumentare i tassi di interesse sui titoli di stato e i tassi di interesse che ormai sono oltre il 3% (cioè circa 76 miliardi nel 2019 fino a 84 miliardi nel 2021) fanno aumentare il nostro debito. Bruxelles si prepara a infliggere all’Italia una procedura non per deficit eccessivo, ma per questo debito eccessivo perché calcola che il nostro debito con la manovra attuale non scenderà al di sotto del 131% rispetto al Pil né nel 2019, né nel 2020 , né nel 2021 anche volendo dimenticare che nel 2012 l’Italia ha approvato il Fiscal Act, la legge che impegnerebbe il nostro paese a ridurre il debito al 60% del Pil in venti anni.

L’attuale maggioranza pensa però che resistere sulla linea del Piave e fare la faccia dura contro Bruxelles possa portare molti voti alle elezioni europee del maggio prossimo. Ma lo scontro con Bruxelles deve tenere conto del fatto che nel frattempo si deve trattare con coloro che si chiama «i burocrati di Bruxelles» per evitare una procedura di infrazione che ci costerebbe altri miliardi di euro. E intanto, se la situazione economica dovesse peggiorare, la polemica con Bruxelles ci impedirebbe di avere il pronto soccorso della Banca Centrale Europea e del Fondo Europeo di Solidarietà. Anzi già la prospettiva che l’Italia in caso di caduta sia senza paracadute è un possibile rischio aggiuntivo per i nostri titoli con un possibile aumento ulteriore dei tassi di interesse che può portarci alla catastrofe.

Nel frattempo, come se tutto questo non bastasse lo spettro dell’Italia in recessione apparso con il -0,1 dell’ ultimo trimestre, non invoglia certo i privati a fare investimenti in un paese in cui dal 2008 ad oggi gli investimenti privati con il loro ruolo decisivo sulla crescita sono caduti paurosamente e di fatto non sono mai più ripartiti, mentre anche nella manovra del governo gli investimenti pubblici, salvo rimaneggiamenti globali all’ultimo minuto, rimangono finora a una ben modesta quota.

È difficile dire che questa politica sia una politica responsabile a meno che la tormentata correzione e limatura dei propri progetti che forse è già in corso non la renda tale.

Il Governo e la manovra: promesse politiche se non fuori dal mondo, certamente un po’ fuori dall’Europa
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