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Il mondo è in fiamme

Le monache vivono in un monastero che è in fiamme, perché "il mondo è in fiamme", ma continuano ad alimentare quella fiamma che sola sa spegnerle, che sola può sconfiggere perché sa perdere implorando. Il tessuto quotidiano viene annodato da perdite amorose che vogliono solo fare spazio a Dio, alla sua ingiustizia.
Guerra è guerra, non esiste una guerra giusta, una guerra condotta con mezzi chirurgici o con raggi laser. Guerra significa morte, privazione della vita, dolore che dilaga, distruzione dei valori che reggono le civiltà.
di CRISTINA DOBNER
carmelitana scalza

Il mondo è in fiamme

"Il mondo è in fiamme", era il grido di Teresa di Gesù quando la guerra scuoteva l'Europa nel XVI secolo.
"Il mondo è in fiamme", era il grido di Teresa Benedetta della Croce quando il nazismo infuriava e coinvolgeva le nazioni del mondo in una lotta senza quartiere.
"Il mondo è in fiamme" è il grido delle monache e di monaci di oggi. Appelli, fotografie, immagini, varcano ogni clausura, spezzano ogni muro.

L'impotenza dinanzi alle vicende che, momento per momento, aggravano il già debole equilibrio mondiale, tende a crescere e a trasformarsi in angoscia: per se stessi, per i propri cari, per ogni singola persona che vive sul nostro pianeta.

Impotenza che non riesce a mutare di segno il sentire dell'uomo: l'odio rimane odio e non conosce l'amore, la dedizione, la bontà.

Impotenza che corrode e alimenta il tarlo. Finché non subentra la certezza della fede: l'Uomo-Dio pende dalla Croce e da questa impotenza, somma e definitiva, la nostra impotenza trova forza, scopre quell'energia che la plasma in abbandono all'ingiustizia di Dio. Se Dio dovesse basarsi sulla giustizia, la conseguenza ricadrebbe come maglio su di noi: ci ritroveremmo polvere. Quando Dio invece si basa sulla sua ingiustizia, l'uomo è salvo, perché la strada è spianata, ogni difficoltà è tolta: l'ingiustizia di Dio è regale e sovrana, è misericordia assoluta.

Le monache vivono in un monastero che è in fiamme, perché "il mondo è in fiamme", ma continuano ad alimentare quella fiamma che sola sa spegnerle, che sola può sconfiggere perché sa perdere implorando. Il tessuto quotidiano viene annodato da perdite amorose che vogliono solo fare spazio a Dio, alla sua ingiustizia.
Guerra è guerra, non esiste una guerra giusta, una guerra condotta con mezzi chirurgici o con raggi laser. Guerra significa morte, privazione della vita, dolore che dilaga, distruzione dei valori che reggono le civiltà.

In nome di chi o di che cosa? Dell'interesse più basso, le statistiche e le inchieste sono chiare in quanto al guadagno, all'accumulo, di chi solo con il sospetto della guerra già ha incetta di tesori. Tesori sporchi e insanguinati che deludono.
Coinvolgere popoli e nazioni in loschi interessi è un crimine, ma suppone un disegno ben preciso, una trama ordita. E chi si presta a questi raggiri ha già smarrito la propria identità e si piega alle tenebre. Ho scritto "perduto", per lasciare aperta la porta del ritorno, della conversione. Solo in questo caso l'ingiustizia di Dio dilaga. Teresa Benedetta, patrona d'Europa, invocava la Regina della Pace, dello Shalom, perché il dono di Dio consentisse agli uomini di essere tali e di non diventare belve. Il monastero è fonte nascosta di pace che fluisce sempre, che vuole estinguere le fiamme e vincerle: ad ogni prezzo. Fosse anche l'altare su di cui è inchiodata una sorella in coma irreversibile, icona di chi tutto sta perdendo, grido muto. Chi può guardare in volto i propri figli e uccidere i figli dei fratelli? Chi può imbracciare le armi e colpire senza colpire se stesso?
La guerra nasce perché l'uomo non ha imparato ad amare se stesso. In fondo si odia, perché si ritaglia solo spazi e tempi terreni, dimentico che l'esistenza è pervasa da altre dimensioni, da altri aneliti.
La sorte di tutti noi deve proprio essere affidata solo a chi è più potente, a chi può creare massacri?
Miseria, fame, ignoranza, sono macchie degradanti nella nostra sofisticata civiltà, che marchiano a fuoco antichi popoli, civiltà ricche di pensiero, di arte, di conquiste scientifiche.
Perché non rivolgere le proprie risorse di ricostruzione al degrado delle favelas? Perché non convertire le industrie d'armi in pozzi per dissetare, in granai che non riducano a puro scheletro inermi bambini?

Chi appartiene alla mia generazione non sa che cosa significhi nel concreto la guerra, ne misura però l'orrore dalle ferite, dalle mutilazioni altrui. Il condottiero, l'eroe conosce solo la strada del sangue? Che sia sangue, ovviamente, altrui, perché altrimenti dove appendere le medaglie di riconoscimento? Come pavoneggiarsi della vittoria se non c'è più chi possa ascoltare? Le monache combattono una guerra incessante, cruenta solo verso le proprie passioni, i propri egoismi. Con la certezza che nulla serve, che nulla può abbattere mentalità e posizioni guerrafondaie. Nulla, tranne l'ingiustizia del Padre che prorompe quando il Figlio Gli consegna la sua impotenza sulla Croce.

"Il mondo è fiamme", sta solo a noi, a ciascuno di noi, alimentare la fiamma dell'amore perché la distruzione e l'orrore vengano scongiurati. Con le braccia alzate.
Cristina Dobner
carmelitana scalza

Il mondo è in fiamme
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