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Il mondo occidentale interdetto dal vulcano del mondo arabo

Mezzo secolo fa la maggioranza degli stati del pianeta era retta da dittature. Oggi sono le democrazie più o meno autentiche ad essere in maggioranza. Questa rivoluzione nella geografia politica del mondo è dovuta soprattutto a due grandi crolli collettivi di semicontinenti totalitari che con un effetto domino hanno cancellato dalla faccia della terra prima le dittature in America Latina nel corso degli anni Ottanta e poi i regimi comunisti in un solo anno al momento del crollo del Muro di Berlino.
DI ROMANELLO CANTINI

Parole chiave: egitto (90), africa (788), tunisia (70), algeria (15), islam (208)

di Romanello Cantini

Mezzo secolo fa la maggioranza degli stati del pianeta era retta da dittature. Oggi sono le democrazie più o meno autentiche ad essere in maggioranza. Questa rivoluzione nella geografia politica del mondo è dovuta soprattutto a due grandi crolli collettivi di semicontinenti totalitari che con un effetto domino hanno cancellato dalla faccia della terra prima le dittature in America Latina nel corso degli anni Ottanta e poi i regimi comunisti in un solo anno al momento del crollo del Muro di Berlino.
Ora uno tsunami simile che non sembra conoscere pietre miliari né confini sembra investire l'intero mondo arabo con una serie di rivolte sincronizzate che hanno già eliminato il regime di Ben Alì in Tunisia e stanno cancellando il regime di Mubarak in Marocco, ma si fanno sentire un po'dovunque, da quella polveriera sepolta che è l'Algeria all'apparente regno tranquillo della Giordania fino a toccare anche  le periferie estreme e apparentemente sonnacchiose del Marocco e perfino dello Yemen.

Questo «1989 del mondo arabo» è tanto  più sorprendente in quanto le dittature dei vari rais, o se vogliamo usare un eufemismo, le loro «monarchie democratiche» sembravano eterne e sopportate se non accettate. Il tunisino Ben Ali è rimasto in sella per ventitre anni o l'egiziano Mubarak ci è rimasto è per trenta. Entrambi erano continuamente  confermati con plebisciti elettorali che oscillavano intorno al novantanove per cento e che anche quando andava male non scendevano al di sotto dell'ottantanove per cento. I loro predecessori se ne erano andati solo con la morte o con un certificato di malattia senile.

Le dittature sembravano la regola senza eccezioni del mondo arabo fino a fare teorizzare a qualcuno che questo era il regime naturale di una cultura abituata ai califfi che governano a vita. Le rivolte in corso smentiscono ancora una volta i razzismi ideologici e i fatalismi territoriali inventati da quella cultura positivista che aveva per scopo di dimostrare che in certe parti del mondo si rimane sempre uguali a se stessi mentre l'Occidente sa cambiare. E tuttavia questa rivolta così dilagante e contagiosa sorprende anche perché non è la prima volta che accade, ma perché è la prima volta che vince.

Una sollevazione diffusa nel mondo arabo era stata provata ad esempio con le proteste del pane alla fine degli Anni Ottanta, ma allora era stata sconfitta e duramente repressa. E si sa che la vittoria contagia perché, come accadde a suo tempo nelle rivolte a catena nei paesi dell'Europa dell'Est, mette il moto il meccanismo del «se ci sono riusciti loro , possiamo riuscirci anche noi». E se i ribelli dei paesi comunisti furono messi in contatto fra loro dalla televisione quelli di oggi si incontrano con tecnologie ancora più potenti sul piano della comunicazione e della mobilitazione come sono Twitter e Facebook.

Così il mondo occidentale convinto che il mondo arabo fosse una regione in cui la democrazia si poteva portare solo con le valigie (vedi Iraq) rimane più interdetto che attrezzato di fronte ad un vulcano che pensava fosse solo una montagna e di cui in fondo non sa se contenere o salutare la lava che ne esce.

Il fatto più grave è che i regimi che ora cadono hanno distrutto non solo la democrazia, ma anche l'alternativa massacrando politicamente e scompaginando ogni opposizione. E l'unico esempio di dittatura abbattuta dalla piazza nel mondo islamico rimane quello dell'Iran il cui sbocco politico non può certo servire da esempio. Dobbiamo tenere presente che il partito islamico tunisino Ennada passa per un partito moderato e in Egitto i Fratelli Musulmani non si espongono troppo. E per la verità i personaggi che si propongono oggi per il domani non hanno nulla a che fare con l'integralismo islamico come l'egiziano Mohammed El Baradei che ha frequentato più il palazzo di vetro di New York che le moschee del Cairo. Ma anche in Iran prima di arrivare a Khomeini si passò attraverso nomi di laici liberali e democratici come i vari Bakhtiar, Barzargan e Banisadr.

Pur con tutto il male che si può dire di regimi che in fondo costituiscono l'eredità del nazionalismo arabo e di miti a suo tempo così esaltati come quelli di Burghiba e di Nasser, due elementi vanno comunque ricordati per non buttare via il bambino con l'acqua sporca. La Tunisia è stato l'unico paese arabo che non ha mai voluto dichiarare guerra ad Israele. L'Egitto è stato il primo paese arabo che ha voluto farci la pace e trenta anni fa Sadat, il predecessore di Mubarak, pagò con la vita questa scelta. La Tunisia è stato anche il paese più laico che ha abolito la poligamia, il velo, ha riservato alle donne in  parlamento una quota rosa del trenta per cento e non discrimina i cristiani che al suo interno del resto sono pochissimi. L'Egitto ha dovuto fare molte concessioni al clero islamico, ma è andato addirittura sopra le righe condannando a morte uno degli attentatori alla chiesa coopta nel Natale scorso. Ora che l'Occidente deve recuperare un arretrato, in cui spesso è apparso più amico dei vincitori di ieri che di quelli di oggi, deve sforzarsi  non di salvare dei nomi, ma soprattutto tre cose: la democrazia, la pace, la libertà religiosa.

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