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Dal n. 7 del 16 febbraio 2003

Il nostro no alla guerra è un no convinto e motivato

Sono questi giorni (forse ore) decisivi per la pace o per la guerra. Questo obbliga a parole chiare e a posizioni nette. Gli equilibrismi non servono: i cattolici, soprattutto, non possono essere condizionati da appartenenze politiche che in questo caso sarebbero davvero fuorvianti. Il nostro no a questa guerra è convinto e nasce prima di tutto dalla consapevolezza che la pace è un bene in sé ed è ancora possibile.
DI ALBERTO MIGONE

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Il nostro no alla guerra è un no convinto e motivato

di Alberto Migone
Sono questi giorni (forse ore) decisivi per la pace o per la guerra. Questo obbliga a parole chiare e a posizioni nette. Gli equilibrismi non servono: i cattolici, soprattutto, non possono essere condizionati da appartenenze politiche che in questo caso sarebbero davvero fuorvianti.

Il nostro no a questa guerra è convinto e nasce prima di tutto dalla consapevolezza che la pace è un bene in sé ed è ancora possibile. Ce lo ricorda incessantemente il Papa che mai come in questa occasione appare autentico costruttore e custode della pace, anche con iniziative concrete. Una pace – ci ricorda – che non è mai a buon mercato né facile e comodo irenismo. Ha fondamenti solidi e impegnativi: la giustizia, la libertà, il perdono. Esige la conversione del cuore, la preghiera, la penitenza, il digiuno, come ci hanno ricordato recentemente anche i nostri Vescovi. Si costruisce faticosamente con il dialogo, una saggia mediazione, la ricerca costante e intelligente delle soluzioni possibili, soprattutto rimuovendo le cause che la minacciano. Su questi binari dovrebbero muoversi soprattutto coloro che hanno in mano le sorti dei popoli. Può la Chiesa ricordare con forza, come fa in questi giorni, questi principi, vincolanti per chi si dichiara cristiano? Qualcuno lo mette in discussione. Noi diciamo che se non lo facesse sarebbe latitante e farebbe mancare una bussola che fa riflettere, orienta e obbliga a considerare che il prezzo più alto lo pagheranno come sempre gli innocenti.

Il terrorismo è davvero lo spettro della nostra era. Un kamikaze che si facesse iniettare il virus del vaiolo o della peste potrebbe sterminare milioni di persone viaggiando comodamente seduto nella metropolitana di una grande città. Ma c'è davvero qualcuno che pensa che una tempesta di 300 mila bombe «intelligenti» sulla popolazione irachena ci allontani da questi pericoli? Ma il no a questa guerra nasce anche da una attenta valutazione delle conseguenze sul piano internazionale, soprattutto se il Governo americano decidesse di procedere unilateralmente. Questo significherebbe la fine dell'Onu, metterebbe in crisi la stessa Nato e dividerebbe ancor più l'Europa. Si determinerebbe inoltre una gravissima frattura con tutto il mondo musulmano, dando così ulteriore spazio al fondamentalismo e al terrorismo. Che fare con Saddam? Nessuna indulgenza: va certamente disarmato con una forte azione politico-diplomatico-economica che lo costringa a gesti chiari e a decisioni coraggiose che gioverebbero prima di tutto al suo popolo. È difficile, ma non impossibile. Non ci sono solo le armi per obbligare.

In questo frangente come si muove la politica estera dell'Italia? Il termine zigzagante ci sembra appropriato, segnata com'è da un attivismo che non risolve, da dichiarazioni contraddittorie e da un sostanziale allineamento alle posizioni meno lungimiranti dell'amministrazione americana, abbandonando così, di fatto, alcune linee costanti della nostra politica estera.
«La guerra non è inevitabile» ci ricorda il Papa. Per i cristiani è un invito ad impegnarsi con la preghiera e col digiuno, ma anche con motivazioni forti e chiarezza di idee.

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