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Il tempo propizio per un risveglio personale e comunitario

Avvento è attesa di una venuta. Il prefazio primo dell’Avvento sottolinea che «verrà di nuovo nello splendore della sua gloria» a portare a compimento la promessa di un mondo senza male e senza morte «che ora osiamo sperare vigilanti nell’attesa». E colui che verrà è il venuto nel «suo primo avvento nell’umiltà della nostra natura umana».

Natività

L’aspetto della seconda venuta è posto in evidenza dalla prima domenica di Avvento al 16 dicembre, dal 17 al 24 dicembre l’attenzione si sposta sulla prima nascita. Comunque sia questo tempo liturgico caratterizza la Chiesa come umanità dell’attesa vigilante di un Tu e della sua promessa. Con una domanda: siamo ancora portatori di un’attesa? Mi lascio provocare e provoco con queste parole di Theilhard de Chardin: «Il Signore Gesù tornerà presto se lo aspettiamo con speranza viva. La Parusia deve essere fatta esplodere dall’accumularsi dei desideri. E noi cristiani, chiamati a mantenere sempre viva sulla terra la fiamma del desiderio, che cosa abbiamo fatto dell’attesa?... Continuiamo a dire che vegliamo nell’attesa del Signore. Ma in realtà, se vogliamo essere sinceri, saremo costretti ad ammettere che non attendiamo più niente. È assolutamente necessario ravvivare la fiamma. Dobbiamo, ad ogni costo, rinnovare in noi stessi il desiderio e l’attesa del grande avvenimento».

Avvento dunque come tempo propizio per un risveglio personale e comunitario ad attese forse o in parte imprigionate che domandano di essere liberate: aspettiamo che qualcuno venga a offrire un senso nuovo al giorno dato a vivere, alla disumanizzazione del tessuto sociale, alla abitudinarietà stanca del procedere ecclesiale? O dobbiamo ammettere che non aspettiamo più niente e nessuno? Come discepoli di Gesù non possiamo non riconoscere che questo significherebbe tradire noi stessi, l’uomo e lo stesso Cristo, privando la terra della salutare inquietudine data dall’essere insoddisfatti del così stanno le cose, della salutare speranza contro speranza che «nuovi cieli e una terra nuova, nei quali abita la giustizia» (2Pt 3, 13) non sono lontani da noi.

Inquieto e aperto all’altrimenti è l’uomo, attesa di un Tu che viene con la sua promessa di novità è il cristiano. Un Tu, ci ricordano le figure-chiave di questo tempo liturgico, sognato da Isaia, generato da Maria, indicato dal Battista: Gesù, Dio con noi (Mt 1, 23), Dio per noi (Mt 1, 21) è il suo nome, egli l’acqua attesa, l’acqua venuta, l’acqua che verrà, l’acqua che viene nel frattempo della storia consegnandosi ai nostri occhi in un’icona, al nostro udito in una pagina, alla nostra fame in un pane, al nostro dovere in un povero. Acqua che viene a colmare il nostro segreto desiderio di riconciliazione guidandoci in «vie di pace».

Riconciliazione con la nostra ineffabile sorgente, l’Abbà-Padre, con l’altro restituitoci come fratello e sorella, con il creato a noi casa dell’ospitalità, tavola che ci nutre e libro che ci ammaestra, con la morte convertita da porta che chiude a porta che apre all’eterno. Acqua invocata: «Vieni, Signore Gesù» (1Cor 16, 22; Ap 22, 17), a rinnovare qui e ora la faccia della terra trasformandola in terra di pace, riconciliata, un già di cui le comunità cristiane devono essere segno, un già verso la pienezza del suo non ancora. Non dimentichiamo che Avvento è anche attesa dell’uomo a che la Chiesa divenga sempre più sé stessa, segno che la novità della pace, il che cosa attendiamo, è resa possibile in chi attendiamo: Cristo, nostra pace (Ef 2, 14). Il sogno deve farsi storia.

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