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Il voto è importante, ma la politica è anche altro

Comunque vadano, queste elezioni chiudono un’epoca: quella, venticinquennale, della cosiddetta Seconda Repubblica; la pretesa, cioè, di dar vita a un nuovo sistema politico senza cambiare le regole stabilite dalla Costituzione. E più che il no a una riforma comunque parziale, sancito dal referendum istituzionale del 4 dicembre 2016, la pietra tombale ce l’ha messa il Rosatellum, la nuova legge elettorale con cui siamo chiamati a recarci alle urne.

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Davanti ai cartelloni elettorali (Foto Sir)

Ancora prima della sua approvazione definitiva, il politologo Roberto D’Alimonte aveva già disegnato il quadro che spezza i sogni di vittoria delle parti in lizza: per ottenere una maggioranza risicata alla Camera è necessario conquistare il 40% dei seggi del sistema proporzionale e il 70% dei collegi uninominali, o il 45% dei primi e il 65% dei secondi, o ancora, rispettivamente, il 50 e il 55. Anche per il centrodestra – l’unica coalizione che, a prescindere dalle proprie divisione interne, potrebbe avvicinarsi all’obiettivo – una simile performance appare tutt’altro che probabile.

Di fronte a una simile prospettiva che senso ha avuto, allora, parlare in campagna elettorale di candidati premier, squadre di governo pronte, «no» a larghe intese, ritorno alle urne magari dopo aver nuovamente cambiato il sistema di voto (come se fosse facile farlo, a prescindere dall’ulteriore sensazione di presa in giro)? Solo quello di continuare a propinarci una politica da teatrino, ai limiti dell’«impresentabile», quando la realtà richiederebbe e probabilmente continuerà a richiedere ben altro: un recupero di semplice buon senso che è stato difficile vedere nei candidati, ma che dovrà essere necessariamente ritrovato per garantire un presente e un futuro al Paese. Il voto servirà comunque a contarsi, a stabilire i pesi specifici di cui possa tener conto anzitutto il Presidente della Repubblica nella prospettiva di dare all’Italia un governo efficiente.

Ma questa domenica tocca a noi. Tocca a un corpo elettorale arrabbiato, deluso e disilluso, ma forse non troppo migliore dei politici che critica. Compresi noi cattolici, variamente schierati e talvolta non meno avvelenati gli uni nei confronti degli altri. Tanto che i vescovi lombardi hanno chiesto «che tutti – in particolare coloro che si propongono come candidati – si guardino dalla tentazione di presentarsi come gli unici e più corretti interpreti della Dottrina sociale della Chiesa e dei valori da essa affermati». Mentre il cardinale Bassetti, nella prolusione all’ultimo Consiglio permanente della Cei lo scorso 22 gennaio, ha richiamato a «ricostruire la speranza, ricucire il Paese, pacificare la società», rivolgendo poi inviti e indicazioni concrete a candidati e cattolici in politica.

Andiamo quindi a votare perché non è lecito limitarsi a guardare dal balcone la vita, secondo l’immagine che Papa Francesco ha usato nel novembre 2015 a Firenze rivolgendosi in particolare ai giovani e nuovamente il 1° ottobre scorso a Cesena, invitando tutti a non limitarsi a «criticare (…) l’operato degli altri», politici compresi. E ricordiamoci che le elezioni sono importanti ma la politica è soprattutto altro: un lavoro che prosegue per tutti e a cui ciascuno potrà e dovrà continuare a contribuire nel quotidiano. In un clima auspicabilmente migliore, di ascolto e confronto reciproco, nella prospettiva di un bene comune ancora tutto da costruire.

Il voto è importante, ma la politica è anche altro
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