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Immigrazione: i due livelli del problema e il faro del Vangelo

La recente vicenda dello sgombero del palazzo di piazza Indipendenza, a Roma, insieme alla reazione di Forza Nuova nei confronti del parroco di Vicofaro, a Pistoia, evidenziano che la questione dell’accoglienza dei migranti sta raggiungendo nel nostro Paese punte di tensione sempre più alte.

Barcone con profughi in arrivo a Lampedusa (Foto Sir)

Tutti, anche i cattolici, si rendono conto che non esistono ricette univoche. Non tutti però, hanno chiaro che ci sono due livelli del problema, che vanno accuratamente distinti. Il primo è quello dell’atteggiamento di fondo nei confronti degli stranieri ed è decisivo anche per l’approccio al secondo, quello delle difficoltà concrete da risolvere. Molti guardano agli stranieri come ad invasori, nemici da cui difendersi. È un punto di vista che una parte della stampa e dei social continua ossessivamente a diffondere.

Emblematico un editoriale del quotidiano «Libero» di poco più di un anno fa, firmato da Vittorio Feltri, uno dei più coerenti esponenti di questo modo di vedere. «Le invasioni barbariche – scriveva Feltri – sono inevitabili (…) ma andrebbero governate per evitare che i barbari vincano subito. Cerchiamo almeno di rendere la vita dura agli invasori, così come fecero gli antichi romani. I quali (...) combattevano con tutte le forze allo scopo di non farsi dominare dagli stranieri incivili». E continuava: «Succede spesso che essi non gradiscano la nostra cucina e si ribellino, perché non amano i maccheroni e preferiscono altre pietanze. Bisognerebbe accontentarli? (…) Non tutti sono disposti a sacrificarsi per andare incontro ai gusti alimentari dei barbari». Perciò, concludeva il noto opinionista, «non abbiamo altra scelta che agire come gli antichi romani».

Non c’è bisogno di molti commenti. Considerare gli immigrati come «barbari invasori», nonché come pretenziosi commensali a cui non piacciono i maccheroni e per i cui capricci dovremmo fare dei sacrifici, è una premessa che non può non condizionare radicalmente il modo di affrontare le difficoltà effettivamente poste dal problema dell’accoglienza, quello che abbiamo chiamato «secondo livello». Al punto da dar luogo a un’ottica decisamente falsata anche nella considerazione dei semplici dati a nostra disposizione. Non è un caso che sullo stesso quotidiano – che, attenzione, non è il solo a seguire questa linea! –, nello stesso periodo di tempo, sia apparso un servizio intitolato, a titoli di scatola: «Gli immigrati fanno fallire l’Inps». Sopra, l’«occhiello»: «Bomba sulle pensioni».

Poco più di un mese fa, il presidente dell’Inps, Tito Boeri, in una audizione al Parlamento, ha presentato i dati ufficiali relativi a questo problema: «Gli immigrati regolari versano ogni anno 8 miliardi di contributi sociali e ne ricevono 3 in termini di pensioni e di altre prestazioni sociali». «Quindi – ha puntualizzato Boeri – con un saldo netto di 5 miliardi per le casse dell’Inps».

Inoltre, poiché un numero considerevole di immigrati, dopo aver pagato i contributi, lascia l’Italia senza godere della pensione, non solo la loro presenza non costituisce per il nostro sistema previdenziale una perdita, ma diventa una risorsa: «Ogni anno i contributi a fondo perduto degli immigrati valgono circa 300 milioni di euro». «Abbiamo calcolato che sin qui gli immigrati ci hanno regalato circa un punto di Pil di contributi sociali a fronte dei quali non sono state loro erogate delle pensioni».

Ho riferito di queste dichiarazioni del responsabile del nostro Istituto nazionale di previdenza sul sito della Pastorale della cultura di Palermo (www.Tuttavia.eu), ricevendo 140 commenti on line. Tre erano cautamente interessati, uno era critico, con degli argomenti, 136 erano insulti (per lo più a Boeri, qualcuno anche a me), anche abbastanza volgari, con accuse di falsificare i dati. Ho fatto presente in una nota che ero disposto a prendere in considerazione e a discutere qualunque obiezione fondata su motivazioni ragionevoli. Altri insulti e irrisioni. I lettori di «Libero» e degli altri giornali che considerano gli immigrati degli aggressori evidentemente non possono neppure prendere in considerazione l’ipotesi che i «barbari», opportunamente inseriti, costituiscano per il nostro Paese una risorsa.

Dicevo prima che i problemi posti dall’immigrazione sono reali e non ci sono ricette già pronte. Ma solo chi adotta, sul primo livello – quello dell’atteggiamento –, un approccio che non sia a priori di odio e di paura, può affrontare seriamente la discussione sul secondo livello, partendo dai fatti e non dalle sue suggestioni. Quello che si deve chiedere oggi ai media e ai social non è di adottare un cieco «buonismo», e neppure – che sarebbe ben altra cosa – di prendere sul serio il messaggio evangelico che indica nel forestiero l’immagine vivente di Cristo. A quest’ultima posizione sono chiamati sicuramente i cattolici degni di questo nome, come ha ricordato il cardinale Parolin parlando al Meeting di Rimini («Almeno noi»!). Ma non tutti gli italiani sono credenti ed è giusto rispettare su questo delicato terreno i diritti della laicità.

Solo che non è alla fede, ma all’intelligenza degli italiani che oggi ci si deve rivolgere per superare un sempre più diffuso atteggiamento difensivo (primo livello), che finisce per falsare la realtà e per paralizzare gli sforzi volti a trovare soluzioni concrete (secondo livello). Per esempio, cambiando finalmente un sistema perverso di accoglienza che, invece di aiutare gli immigrati, arricchisce gli speculatori italiani e favorisce, piuttosto che l’inserimento, la marginalità degli stranieri. Finché si continuerà a ripetere la bufala (frutto di odio e di paura!) che i 35 euro vengono versati ai rifugiati, invece di partire dalla verità che finiscono nelle tasche di quegli speculatori, sarà impossibile trovare serie alternative, ormai sempre più urgenti.

Ancora una volta, insomma, il punto di vista evangelico si presenta come il più valido anche per affrontare correttamente i problemi del bene comune. Sarebbe bello che, una buona volta, anche i media ne prendessero atto.

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