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L’Amazzonia che brucia e il mondo come una matassa arruffata

Il presidente del Brasile Bolsonaro considera «un problema interno» l’Amazzonia che brucia e che è deforestata al ritmo di due campi di calcio al minuto ci impone il problema di difendere l’ossigeno che respiriamo anche contro la negligenza di un governo e il cinismo di pochi grandi predatori. Che fare?

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Incendi nella foresta amazzonica (Foto Sir)

Se oggi si deve essere antisovranisti non è perché ci è antipatico Tizio e Caio. E nemmeno tanto perché dentro ogni sovranismo ci possono essere tendenze autoritarie. Ma soprattutto perché il mondo in cui viviamo è una matassa così arruffata che nessun filo fa capo ad un solo paese e il principio secondo cui ognuno fa quel che vuole in casa propria e il governo fa solo l’interesse dei suoi governati («di chi mi paga lo stipendio» si dice da noi) è sempre più incapace di affrontare i problemi più drammatici della nostra epoca.

Chi non vive sulla luna, ma su questa terra se ne è accorto da tempo. Non si può combattere il terrorismo né il commercio della droga senza una coordinazione delle indagini e della repressione a livello internazionale, non si può affrontare l’emigrazione senza una responsabilità comune degli stati nei confronti di chi arriva e nei confronti delle guerre e delle povertà che mettono la gente sui barconi. Poche decisioni nazionali non hanno conseguenze per gli altri paesi. Non certo il paradiso fiscale, il dumping sociale, il protezionismo doganale, il surplus commerciale per finire con un conflitto atomico che, anche se limitato a due stati, basterebbe ad avvelenare per sempre il cielo di tutti. E nel domani ancora possibile c’è solo la responsabilità di tutti verso tutti. Forse in futuro, anziché essere decorati al valore perché abbiamo difeso da bravi italiani il prosciutto di Parma, ci sarà addirittura chiesto di diventare tutti vegetariani perche tutti possano mangiare.

Soprattutto la sovranità nazionale assoluta entra sempre più spesso in conflitto con il problema dei problemi che è quello di «una sola terra» e della «cura e mantenimento di un piccolo pianeta» per dirla con il titolo del bel libro di Barbara Ward che La Pira citava spesso. Quando quattro secoli fa con la pace di Westfalia si stabilì il potere totale dello stato sul proprio territorio, tanto che poteva decidere perfino la religione dei sudditi, il nostro pianeta aveva meno di un miliardo di abitanti. Oggi che la terra corre veloce verso i dieci miliardi di uomini oltre all’orticello contenuto dentro un confine statale diventano importanti i grandi immensi beni che sono di tutti e di nessuno, che non hanno né patria né governo: gli oceani, l’atmosfera, i poli, lo spazio, perfino i grandi fiumi, multiproprietà sempre più inquiete fra tanti paesi. Politicamente, a parte alcune convenzioni e qualche trattato fra pochi stati, dobbiamo ancora inventare un’autorità che custodisca, difenda e risparmi questi grandi beni collettivi, gli «spazi comuni» che perfino un condominio riesce a regolare.

E ora il caso del Brasile in cui il presidente Bolsonaro considera «un problema interno» l’Amazzonia che brucia e che è deforestata al ritmo di due campi di calcio al minuto ci impone il problema di difendere l’ossigeno che respiriamo anche contro la negligenza di un governo e il cinismo di pochi grandi predatori. Che fare? L’Onu si è già assunta con una serie di deliberazioni prese all’inizio di questo secolo la «responsabilità di proteggere» anche contro gli stati nel caso di grandi atrocità di massa come genocidio, crimini contro l’umanità, pulizia etnica, crimini di guerra. In teoria per intervenire può servirsi del tribunale internazionale, delle sanzioni, in extrema ratio perfino di un intervento armato per la cosiddetta «ingerenza umanitaria». Molti suggeriscono ora di introdurre fra i crimini che prevedono l’intervento dell’Onu anche il nuovo crimine di «ecocidio».

Anche se il fine principale dell’Onu è quello di mantenere la pace sappiamo che la rarefazione e l’accaparramento delle risorse naturali sarà sempre più in futuro fra le cause principali di guerra. E d’altra parte si propone anche la creazione di un fondo mondiale dotato di risorse e di mezzi (in questo caso ad esempio bombardieri d’acqua) per finanziarie e organizzare la protezione. A meno che il sovranismo non respinga perfino la protezione internazionale come Bolsonaro che in un primo tempo rifiuta gli aiuti e poi vuole gestirli da solo. Anche per questo bisogna rafforzare i poteri sovranazionali. Nel mondo abbiamo duecento stati che decidono in fondo su piccoli pezzi di terra e nessuna autorità che decida veramente sulla Terra con la t maiuscola.

L’Amazzonia che brucia e il mondo come una matassa arruffata
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