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L'Italia fa la sua parte, ma sarà sufficiente?

E così, scivolando un po' alla volta, siamo arrivati alla terza manovra correttiva dell'anno. Manovra drammatica non tanto in sé – l'ammontare complessivo di 30 miliardi di euro non è terribile – ma per l'ammontare cumulato con le manovre precedenti, per le circostanze politiche interne e per il quadro politico ed economico internazionale in cui ha avuto luogo. È stata chiamata manovra «salva Italia» e il nome è tutto meno che esagerato.
DI PIER ANGELO MORI

Parole chiave: governo (250), mario monti (68), politica (409), ue (389), economia (250)

di Pier Angelo Mori

E così, scivolando un po' alla volta, siamo arrivati alla terza manovra correttiva dell'anno. Manovra drammatica non tanto in sé – l'ammontare complessivo di 30 miliardi di euro non è terribile – ma per l'ammontare cumulato con le manovre precedenti, per le circostanze politiche interne e per il quadro politico ed economico internazionale in cui ha avuto luogo. È stata chiamata manovra «salva Italia» e il nome è tutto meno che esagerato. Certamente contiene un auspicio ma anche un monito: siamo arrivati al limite oltre il quale c'è la caduta libera. Ma tutto questo sarà sufficiente?

Torniamo indietro un attimo. La presente manovra è in primo luogo il frutto di una crisi del debito degli stati dell'Unione Europea. In seguito alla crisi finanziaria del 2008-09 – proveniente da oltre Oceano – gli stati hanno allargato le maglie della spesa per attenuare gli effetti della recessione, con la conseguenza di un forte aumento dei deficit di bilancio nazionali. Il deteriorarsi della finanza pubblica europea è però caduto in un momento di fragilità economica dell'Unione nel complesso e di alcuni paesi in particolare, in primo luogo Irlanda, Portogallo, Grecia, Spagna e Italia. Le cause specifiche sono piuttosto diverse e vanno da una spesa pubblica fuori controllo, come in Grecia, alla fragilità del sistema bancario, come in Irlanda, a un eccessivo stock di debito pubblico, come in Italia. Al di là delle differenze, tutta l'Europa ad eccezione della Germania si trova a fronteggiare un basso tasso di crescita che determina difficoltà di rientro dei deficit di bilancio. Quando in una nazione il debito cresce in assenza di crescita del prodotto interno, aumenta il rischio che lo stato vada in default, cioè che in futuro non possa ripagare i titoli pubblici in scadenza, e i mercati, anticipando ciò, si disfano dei titoli con l'effetto immediato che questi si deprezzano e i tassi di interesse aumentano. Lo spread del tasso d'interesse tra i titoli decennali di un paese e i corrispondenti titoli tedeschi – considerati sicuri rispetto all'eventualità di default – è un indice di questo: quanto più cresce, tanto maggiore è il rischio di default percepito dai mercati il quale, riflettendosi in tassi di interesse più alti e un più alto costo del debito, accresce il rischio effettivo di default. È questo il circolo vizioso in cui si sono trovati in successione diversi paesi europei, a partire da Grecia, Irlanda e Portogallo, per finire con l'Italia, ultimo ma non minore anello della catena.

Il senso dell'ultima manovra è dare un segnale molto forte della volontà di evitare il default. Il problema però è che anche una manovra adeguata sul piano quantitativo alle circostanze attuali potrebbe rivelarsi insufficiente se le circostanze dovessero peggiorare, e in economia come si sa non c'è mai nulla di fermo. In particolare sono due i problemi che possono frustrare gli sforzi: ancora una volta una crescita particolarmente bassa e un aumento dei tassi di interesse sul debito pubblico. Questo fenomeno lo si vede, portato alle estreme conseguenze, in Grecia la quale di fatto non è più in grado di collocare sul mercato titoli pubblici di nuova emissione (con lo spread a livelli stratosferici). Per la Grecia la soluzione potrebbe essere la fuoriuscita dall'euro e il finanziamento del deficit tramite emissione di moneta nazionale e dunque in prospettiva attraverso l'abbattimento del debito in termini reali mediante l'inflazione.

Nel caso dell'Italia la dimensione dell'economia reale e del nostro debito pubblico rendono estremamente problematica questa opzione non solo per noi ma anche per i nostri soci europei, non ultimi i tedeschi di cui siamo un partner commerciale importante. Il governo Monti bene ha fatto a segnalare in modo netto all'Europa e al mondo la volontà dell'Italia di non seguire questa strada, rovinosa per noi, per l'Europa e per l'economia mondiale, ma è chiaro a tutti che questa crisi non dipende solo dall'Italia e che non possiamo risolverla da soli. È necessario che a livello europeo la politica monetaria assecondi lo sforzo italiano, contribuendo a invertire le aspettative sui rischi di default e di dissolvimento dell'euro, in poche parole a riportare gli spread rispetto ai titoli tedeschi almeno ai livelli di prima dell'estate. Se questo non avviene rischiamo di fare sacrifici sicuramente utili in prospettiva ma insufficienti ad uscire dall'attuale crisi.

L'Italia fa la sua parte, ma sarà sufficiente?
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