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Dal n. 29 del 30 luglio 2006

L'embrione umano è vita innocente

Si è sollevato un gran polverone intorno alla reazione pacata ma ferma e motivata del mondo cattolico nei confronti della risoluzione, approvata dal Senato, che apre la strada alla «possibilità di ricerca sugli embrioni crioconservati non impiantabili». Il problema è dibattuto tra scienza, politica ed etica. Solo che, nell'incapacità e indisponibilità a cercare e trovare un ordine fra le tre istanze, si è assistito a reazioni avventate e confuse.
DI MAURO COZZOLI

L'embrione umano è vita innocente

di Mauro Cozzoli
professore di Teologia morale nella Pontificia università lateranense
Si è sollevato un gran polverone intorno alla reazione pacata ma ferma e motivata del mondo cattolico nei confronti della risoluzione, approvata dal Senato, che apre la strada alla «possibilità di ricerca sugli embrioni crioconservati non impiantabili». Il problema è dibattuto tra scienza, politica ed etica. Solo che, nell'incapacità e indisponibilità a cercare e trovare un ordine fra le tre istanze, si è assistito a reazioni avventate e confuse. Essendo in gioco la vita embrionale umana, la questione è primariamente etica.

Questo vuol dire che le istanze della scienza e della politica devono raccordarsi a quelle della morale. C'è un primato dell'etica sulla scienza e sulla politica. È il primato del soggetto umano su tutti gli altri esseri esistenti. Primato che l'etica assume, promuove e difende. Motivo per cui essa vieta di disporre di un soggetto umano come di una cosa; proibisce di servirsi di una vita umana, fino a sopprimerla, in vista di un risultato utile, di un vantaggio. Vi sono azioni che non si possono mai compiere né con un'intenzione buona né in vista di un buon risultato, perché sono in se stesse ingiuste, cattive, malvagie. Tale è la soppressione di una vita innocente. E l'embrione umano è una vita innocente. Non conta il suo modo di essere al mondo. Conta solo il suo esserci. Per questo è arbitraria e incomprensibile la distinzione tra embrione impiantabile e non impiantabile. Quand'anche un embrione possa essere dichiarato non impiantabile, non per questo perde la dignità di soggetto.

L'embrione merita il rispetto dovuto a un individuo umano vivente, così da non poterlo usare per pratiche di ricerca e sperimentazione. Che un embrione non impiantabile sia destinato a morire non può consentire a nessuno di procurargli la morte. È ciò che avviene con l'asportazione delle cellule staminali. Il fine (la ricerca medica) è buono, ma il mezzo per conseguirlo (la soppressione dell'embrione) è cattivo. L'etica non può assolutamente permetterlo, pena la sua negazione o la sua degenerazione utilitaristica e relativistica. E poi è contraddittorio non ammettere la produzione di embrioni per fini di ricerca, ma consentire questa su embrioni congelati, che si continuano a produrre e a non proibire nella gran parte delle nazioni europee, al punto da costituire una riserva senza fine nelle mani di chi ha un potere su di loro.

L'etica non distingue tra vita umana e vita umana: afferma il valore di ogni vita umana dal suo inizio (la fecondazione) alla sua morte. Se una sola vita, piccolissima, invisibile all'occhio umano come un embrione, non valesse per se stessa e potesse essere ridotta a valore d'uso, non si vede come altre vite, altri embrioni (non solo quelli congelati, non solo quelli non impiantabili) non possano essere usati e distrutti. È vero che la risoluzione apre a una sola e limitata possibilità, quella dell'uso per fini di ricerca di un embrione non impiantabile. Ma così apre una breccia. Essa è una breccia aperta all'uso tout court degli embrioni congelati e non. Un esponente di spicco del partito radicale lo ha dichiarato espressamente: la risoluzione «è un primo passo di apertura verso la libertà della ricerca». Come spesso avviene sul piano legislativo, una violazione iniziale minima diventa principio di violazioni ulteriori e più ampie.

Non si può distinguere tra vite umane, discettare sul loro valore. La vita è una e indivisibile; e la morale la difende sempre, in ogni condizione e stadio del suo essere al mondo. La morale non è fatta a scomparti. Una per vite che valgono e un'altra per vite che non valgono, una per embrioni impiantabili e una per non-impiantabili, una per embrioni «freschi» ed efficienti e una per embrioni «scaduti» o scadenti. Per essa il comandamento «non uccidere» vale sempre, anche di fronte alla vita più debole, più piccola e «inservibile».

È vero che sostenere questo in una cultura dominata dal principio dell'interesse, del profitto e del vantaggio richiede profezia e parresia, ma una morale cedevole e compiacente, senza coraggio e profezia, che morale sarebbe? Nel confronto, a volte anche duro, con le pretese della scienza e della politica, essa perde il suo primato, cedendo agli interessi o di una scienza comandata dalla tecnica o di una politica che antepone le esigenze del potere a quelle del dovere.

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Egisto Frolla 07/08/2006 00:00
Come si fa a conciliare l'intransigente difesa della vita embrionale, mai riducibile a strumento per altri fini, con l'ammissione della liceità della guerra, sia pure solo in certi casi, o della pena di morte? La vita del soldato o del condannato ha meno valore intrinseco di quella dell'embrione?

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