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Dal n. 23 del 16 giugno 2002

L'immigrato non è solo forza lavoro

La Bossi-Fini, dopo l'approvazione della Camera, passa ora al Senato per il varo definitivo. Intorno a questa legge il dibattito è stato acceso, a tratti aspro, anche all'interno della maggioranza e non si escludono al Senato miglioramenti (come è avvenuto per i ricongiungimenti), auspicati da ambienti anche diversi e non esclusi dallo stesso Presidente del Consiglio.
DI ALBERTO MIGONE

L'immigrato non è solo forza lavoro

DI ALBERTO MIGONE
La Bossi-Fini, dopo l'approvazione della Camera, passa ora al Senato per il varo definitivo. Intorno a questa legge il dibattito è stato acceso, a tratti aspro, anche all'interno della maggioranza e non si escludono al Senato miglioramenti (come è avvenuto per i ricongiungimenti), auspicati da ambienti anche diversi e non esclusi dallo stesso Presidente del Consiglio.

Il fenomeno dell'immigrazione è uno di quelli che richiederebbero approfondimento serio e decisioni lungimiranti, nella consapevolezza che i flussi migratori dai paesi poveri e sovrappopolati tenderanno a crescere e che l'immigrazione è anche un'opportunità per il nostro Paese. Si tratta quindi sì di regolarla, ma soprattutto di inquadrarla in un progetto ampio che ne affronti e ne distingua i molteplici aspetti. Altro infatti sono le disposizioni che devono contrastare l'immigrazione clandestina che spesso finisce per ingrossare le fila della criminalità, quando essa stessa non la promuova e la gestisca con azioni particolarmente spregevoli anche verso i propri connazionali, altro sono le norme che devono riguardare le persone che cercano col lavoro una vita migliore negata nei paesi d'origine e che sono in grado di contribuire efficacemente al benessere di chi li accoglie. La Bossi-Fini fa questa distinzione, ma lega strettamente il permesso di soggiorno alla stipula di un contratto di lavoro. È questa rigidità che suscita riserve anche perché l'immigrato perde i suoi diritti nel momento in cui il contratto di lavoro viene meno. E i sei mesi che la legge concede a quanti hanno perso il lavoro per trovarne un altro (pena l'espulsione) sono oggettivamente pochi e paradossalmente questo potrebbe spingere nella clandestinità.
Conoscere l'identità certa di coloro ai quali viene concesso il permesso di soggiorno è importante, ma il rilievo delle impronte digitali – per la verità in vigore in molti altri Paesi occidentali e soprattutto africani – diviene di fatto una schedatura dal momento che non è attualmente previsto per gli altri lavoratori.

Le perplessità, però, più che sulle singole norme – sempre migliorabili – attengono al complessivo spirito della legge che considera l'immigrato prevalentemente come forza lavoro (e in quest'ottica ne regola i rapporti) e non come persona da accogliere e aiutare, col lavoro, nell'integrazione.
Tutto colpa della politica, di questa politica? Onestamente dobbiamo riconoscere che in tema d'immigrazione essa finisce per recepire le paure, anche giustificate, e i pregiudizi, dovuti spesso alla non conoscenza, che sono ancora molto diffusi nel comune sentire. E non ne è esente neppure larga parte del nostro mondo.
Il testo approvato alla Camera
IMMIGRAZIONE: PER CARITAS ITALIANA «LA NUOVA LEGGE NON FACILITERA' L'INTEGRAZIONE»
IMMIGRATI: MIGRANTES, «IMPRONTE DIGITALI, TROPPO ZELO PER L'ITALIA»
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