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La Pasqua non una vacanza di tre giorni, ma un ponte tra la vita e la morte

Proviamo a chiedere in giro: che cos’è la Pasqua? Ci sentiremo spesso rispondere: è una vacanza. Ma il cristiano dovrebbe correggere con la matita blu: non è un ponte dal sabato al lunedì, ma un ponte fra la morte e la vita, non è una vacanza di tre giorni, ma una festa lunga una eternità.

Percorsi: Pasqua
Piero della Francesca, Resurrezione

Dire questo è sempre più coraggioso in un mondo che ha triturato la vita eterna in un week-end, che ha perfino ridotto l’uovo come simbolo di vita all’uovo di cioccolata. E credere e far credere nella resurrezione della carne non è mai stato facile. Già San Paolo, quando andò a parlare di resurrezione fra i sapientoni dell’Areopago, fu preso in giro e rispedito a casa: «Queste cose raccontacele un’altra volta».

È la resurrezione della carne, questa vita integrale, corporale, materiale («Noi siamo i veri materialisti», diceva la Pira) che Cristo promette, in mezzo a tanti altri, che pure ci garantiscono una sopravvivenza più o meno umbratile dell’anima purificata dal corpo, è annuncio da ascoltare veramente a bocca aperta, con l’intermittenza del cuore e della mente, come le notizie strepitose che appaiono incredibili anche se sono vere. Forse è soprattutto nel confidare nella promessa della Pasqua che dobbiamo fidarci di Cristo. E fidarci dei suoi apostoli perché essi e solo essi non solo hanno visto il sepolcro vuoto, ma ancora dopo, come dice Giovanni, «hanno visto il Signore». Forse è soprattutto qui, nell’immaginare ancora oggi il Cristo vivente e nel credere a questo racconto unanime dei dodici, che la fede appare la grande virtù teologale più che la conclusione di una sorta di tesi di laurea.

Eppure, se chi crede nel Cristo Risorto crede soprattutto nel Vangelo, anche chi non crede è cacciato in un angolo stretto. Se rinunciamo a quello che lo scienziato può considerare irrazionale scegliamo automaticamente l’assurdo. Perfino chi non crede nell’Apocalisse e aspetta la fine del mondo il più tardi possibile, quando magari il sole da giallo sarà diventato rosso e poi si spegnerà come una lampadina bruciata in salotto, precipiterà nel nulla anche tutta la nostra storia, tutta la nostra scienza, tutto il nostro progresso. Non solo non ci saranno più uomini, ma nessun uomo sarà mai esistito perché non ci sarà più nemmeno memoria d’uomo che li ricordi. Solo la fede in fondo ci libera dall’angoscia e dal respiro corto di una vita a cui la scienza toglie malattie e aggiunge anni senza riuscire a dargli un senso. E la Pasqua è, per così dire, la ricorrenza fuori del tempo che abolisce le ricorrenze nel tempo: questo piatto, costante, insensato ripetersi della vita e della morte, della crescita e del declino, dell’essere per non essere.

La Pasqua nel suo senso più vero è stata vista non solo come fede, ma anche come speranza. Speranza non solo nella salvezza individuale ma anche nel miglioramento del mondo, nel cristianesimo visto soprattutto come opera di civilizzazione tanto cara, ad esempio, ai cosiddetti cattolici liberali dell’Ottocento. Nel Medioevo ed oltre si è creduto addirittura che convertire tutto il mondo significava affrettare la fine dei tempi e l’avvento della Gerusalemme Celeste. Oggi siamo più attenti a quel brano di Luca su cui meditava molto Paolo VI e che in fondo ci dice che Cristo verrà anche senza contare prima i credenti: «Quando il figlio dell’uomo ritornerà troverà ancora la fede sulla terra?».

Ora la speranza si confonde sempre meno con l’ottimismo. E Gesù stesso in fondo, proprio negli stessi giorni della sua Passione in cui ci consegnava la più immensa delle speranze («Io vado a preparare il posto per voi»), raffreddava anche i facili ottimismi riguardo al tempo e alla storia. Davanti a Pilato dice: «Il mio regno non è di questo mondo» a significare che, per quanto grande sia la nostra carità, non riusciremo mai a costruire il paradiso in terra, a sostituire l’altro mondo con un mondo fatto altro, come diceva Leon Blum. E durante l’Ultima Cena, mentre si preparava alla croce, Gesù non esentò nessuno dal portare la propria croce annunciando le persecuzioni anche di oggi: «Se il mondo vi odia sappiate che prima hanno odiato me… Se foste del mondo il mondo amerebbe ciò che è suo; ora, perché scegliendovi vi ho fatto uscire dal mondo, il mondo vi odia».

Ma nel frattempo anche le presunte redenzioni sostitutive del mondo fuori dalla fede hanno perso smalto. La scienza è diventata ambigua manodopera al servizio del bene e del male. Può curare il cancro, ma dare anche la pillola per abortire. Può sfamare le masse con più grano e più riso, ma può uccidere in massa con armi sempre più letali. Anche il mito positivista del progresso basato sullo sviluppo materiale e quantitativo rischia ormai di essere più dannoso che utile di fronte all’esaurimento delle risorse e all’inquinamento del pianeta. E anche fra i laici si fa facendo strada l’idea che, anziché crescere e sommare, dovremo imparare a dividere e a condividere come fece san Martino che fece a fette il suo mantello per coprire anche il povero.

Per i cristiani diventa sempre più concreta l’idea che un assaggio del paradiso in terra si può avere solo anticipando l’amore, la carità, la misericordia. Per il resto, al di là dei cori angelici dei pittori, la salvezza, la Gerusalemme Celeste è sorpresa di Dio, il suo uovo di Pasqua appunto. Perché in fondo proprio la resurrezione ci dice che tutto, anche l’impossibile, appartiene a Cristo e per questo Cristo ha anche scorciatoie negate agli uomini. Come diceva Peguy: «Il maestro salvatore non ha seminato, né voluto che si seminasse perché sapeva moltiplicare i pani».

La Pasqua non una vacanza di tre giorni, ma un ponte tra la vita e la morte
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