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La pillola abortiva tra rischi e raggiri

Parole chiave: ru486 (32), aborto (107), vita (162)

di Andrea Bernardini

L'Agenzia italiana del farmaco (Aifa) ha autorizzato l'azienda farmaceutica francese Exelgyn a vendere agli ospedali italiani lo steroide mifepristone, meglio conosciuto come Ru486. La determina sarà pubblicata entro trenta giorni sulla «Gazzetta ufficiale». Da quel momento è prevedibile che l'aborto farmacologico avrà maggiore diffusione di quanto abbia avuto fino ad oggi. Il cda dell'Aifa ha ritenuto, a maggioranza, di autorizzare il commercio della Ru486 per metter fine all'importazione ad personam che se ne faceva già (ad esempio in diversi ospedali della Toscana e della Emilia Romagna), adeguandosi così ad una direttiva europea sull'immissione in commercio dei prodotti medicinali.

Se, come pare, le indicazioni che usciranno in «Gazzetta ufficiale» saranno quelle approvate lo scorso 31 luglio, la donna potrà far uso della Ru486 entro la settima settimana di gestazione (nella maggior parte dei paesi europei il termine è invece di nove settimane) ed avrà garantito, così come previsto dalla legge 194, «il ricovero in una struttura sanitaria, dal momento dell'assunzione del farmaco sino alla certezza dell'avvenuta interruzione della gravidanza».

A parte il fatto che una serie di studi mette in evidenza i possibili effetti collaterali della pillola e due pronunciamenti del Consiglio superiore di sanità parlano di rischi «equivalenti alla interruzione chirurgica solo se l'Ivg avviene in ambito ospedaliero», la letteratura scientifica – come afferma la ginecologa pisana Lorella Battini – ci dice che l'aborto chimico con la Ru486 si completa: nel 5% dei casi entro due giorni dall'assunzione del mifepristone (quindi senza nemmeno dover far uso delle prostaglandine), nel 75% entro le 24 seguenti all'assunzione del secondo farmaco, quello espulsivo; nel 15% fino a 15 giorni dopo; nel 5% dei casi anche oltre. Dunque il ricovero ordinario dovrebbe protrarsi da un minimo di due fino a quindici e più giorni. L'esperienza di questi anni (il primo aborto farmacologico consumato in Toscana è dell'11 novembre 2005, quando la pillola fu assunta da una donna ricoverata all'ospedale Lotti di Pontedera) ci dice che, purtroppo, i vincoli imposti dai protocolli sono facilmente aggirati dalle dimissioni volontarie della donna.

Illuminante una recente inchiesta della rivista «Tempi»: alla giornalista che chiedeva notizie sul protocollo adottato per l'aborto farmacologico, quasi tutti i sanitari che rispondevano al telefono davano per scontato che la donna, dopo aver assunto la Ru486, potesse e anzi «dovesse» tornare a casa, salvo poi ritornare in ospedale due giorni più tardi per prendere la prostaglandina, necessaria ad espellere il feto. Così facendo, è molto concreta la possibilità che la donna abortisca a casa, in perfetta solitudine, senza assistenza medica a portata di mano. Tra l'altro per questo tipo di intervento «si utilizzano – come osserva il bioeticista Renzo Puccetti – espressioni come “più naturale” o “aborto spontaneo indotto” per descrivere una tecnica che le donne 6 volte su 10 scelgono ritenendola meno dolorosa. Ma dopo l'aborto chimico, secondo gli stessi dati divulgati dal centro studi abortista Guttmacher Institute, la percentuale di donne che riferisce di aver avvertito dolore è tre volte superiore a quelle che hanno abortito con un intervento chirurgico».

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