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Dal 18 l 25 gennaio la Settimana di preghiera

Le profonde radici ecumeniche in terra toscana

Iniziata nel 1908 la Settimana ecumenica compie 105 anni nel 2013. Un secolo abbondante di vita che testimonia la tenacia del movimento ecumenico. Dopo così tanto tempo è però anche legittimo chiedersi: a che cosa è servita, se i cristiani sono ancora separati? A niente, se non ha prodotto frutti? Tre, almeno, sono le risposte che si possono dare a questa domanda.

Percorsi: Ecumenismo
Parole chiave: dialogo interreligioso (276)
Un incontro ecumenico (Foto Sir)

In primo luogo, come ogni realtà autenticamente viva, dalla sua nascita in poi la Settimana ecumenica è cresciuta e maturata. Dall’iniziale sensibilità di due ministri anglicani di pregare per la riunificazione con la Chiesa cattolica, si è passati con il tempo ad una comprensione più profonda che individua nella preghiera comune tra cristiani la condizione di una richiesta di reciproca riconciliazione e di conversione a Cristo. Sensibilità e ragioni diverse hanno partorito il movimento ecumenico, nato in ambito protestante nel 1910. Anglicani e Protestanti e poi anche Ortodossi hanno dovuto attendere per oltre mezzo secolo prima di vedere l’adesione della Chiesa cattolica, adesione che possiamo considerare uno dei luminosi doni dello Spirito dato attraverso il Concilio Vaticano II. Ma solo la tenacia di chi, piccolissima minoranza, ha saputo insistere ha permesso che questa realtà prendesse lentamente forma.

In secondo luogo in questo secolo di vita la Settimana ecumenica si è progressivamente estesa in molte aree del mondo. Ogni anno la preghiera, uguale in tutto il mondo, è preparata da una comunità le cui caratteristiche e difficoltà segnano il tema della preghiera. Quest’anno sono le comunità cristiane dei Dalit, i cosiddetti «paria» o fuori-casta indiani ad aver preparato la Settimana ecumenica. Quasi l’80% dei cristiani indiani sono di origine Dalit, sono socialmente emarginati, politicamente sotto-rappresentati, sfruttati economicamente e soggiogati culturalmente. La preghiera ecumenica è anche un momento per conoscere e essere vicini alle comunità che l’hanno preparata.

In terzo luogo i frutti della Settimana ecumenica sono anche nel fatto di essere un incontro da cui possono nascere nuove forme di condivisione e di testimonianza tra cristiani di una città, anche di testimonianza pubblica. Il lavoro ecumenico si nutre anche di una dimensione locale che è presente sia nell’amicizia e stima reciproca tra coloro che vi si impegnano, che nel poter fare della testimonianza di fede un servizio alla città nella quale si vive.

In Toscana una lunga tradizione ecumenica ha messo radici profonde e ha consentito negli anni la realizzazione di molte iniziative, ma le sfide di oggi cambiano ancora una volta il contesto e chiamano le Chiese cristiane ad alzare il livello del proprio impegno e a dare una forma pubblica e condivisa della propria testimonianza di fede. È tempo, ad esempio, di dar vita al Consiglio delle Chiese cristiane di Firenze, sulla linea di quelli che – anche da molti anni – sono presenti a Milano, a Venezia, a Modena, a Parma e in altre città italiane. È questa una proposta che, proprio nell’Anno della Fede, è importante discutere.

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