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Dal n. 3 del 20 gennaio 2002

Le sofferenze della giustizia tra malanni vecchi e nuovi

I toni alti, che hanno caratterizzato l'apertura dell'Anno giudiziario, finiscono per porre in secondo piano la «fotografia» della giustizia in Italia nel periodo luglio 2000/giugno 2001.
DI ALBERTO MIGONE%%Criminalità, in aumento rapine ed estorsioni

Nelle procure toscane 84 mila procedimenti inevasi

DI ALBERTO MIGONE

I toni alti, che hanno caratterizzato l'apertura dell'Anno giudiziario, finiscono per porre in secondo piano la «fotografia» della giustizia in Italia nel periodo luglio 2000/giugno 2001.

Non sarà male quindi tornare ai numeri che hanno sempre una loro oggettività e indicano i problemi veri della giustizia, quelli che interessano e preoccupano la gente comune.

In estrema sintesi: in Toscana diminuiscono gli omicidi, mentre aumentano le rapine e i reati sessuali. È in diminuzione il numero dei furti che resta comunque altissimo (94.860). Quello però che emerge e preoccupa sono i procedimenti penali «condannati» irrimediabilmente alla prescrizione (84.000) e i reati per i quali non si individua il colpevole.

Questi dati, abbastanza omogenei alla situazione italiana, evidenziano l'aggravarsi di mali antichi: la lentezza dei procedimenti (un processo, dalle indagini preliminari all'appello, dura in media più di quattro anni) e la non certezza della pena (chi commette un illecito ha buone possibilità di farla franca).

Tutto questo è aggravato – e almeno in parte determinato – da uno scontro tra potere politico e potere giudiziario che conosce, soprattutto in questi ultimi tempi, una violenza mai registrata. Siamo davvero molto lontani da quella amministrazione della giustizia, capace di meritare la fiducia dei cittadini che auspica il Presidente Ciampi e che – almeno a parole – tutti dichiarano di volere.
Il fatto è che ormai da molti anni esiste in Italia un nodo giustizia che è difficile perfino affrontare: è un nervo scoperto che immediatamente divide e contrappone, schiera e scheda, mentre in realtà – in questo convulso intrecciarsi di passato e presente, di fatti e di sospetti, unito ad un uso spesso improprio di poteri e di ruoli – è difficile capire e valutare: e così molti (troppi) finiscono per sposare acriticamente le contrapposte «verità» spesso gridate con foga sospetta. È però purtroppo chiaro che un equilibrato risolvimento del problema è ancora molto lontano.
Questa contrapposizione tra poteri dello Stato evidenzia la crisi dell'attuale classe politica, sia di governo che di opposizione, incapace di ricercare le necessarie mediazioni, di trovare le soluzioni possibili, di saper anteporre gli interessi generali ai propri.
Attuamente le varie forze politiche sono come fossilizzate in un «bipolarismo all'italiana» che privilegia lo scontro, quasi fossimo in perenne campagna elettorale, e impedisce l'emergere di quella volontà di collaborare, in ambiti così delicati come la giustizia, che certamente è presente in settori di ambedue gli schieramenti.

Dispiace che anche i cattolici, ovunque collocati, non sappiano in queste circostanze ritrovare quell'intelligente autonomia che potrebbe forse portare un contributo serio in una situazione che è oggettivamente grave, soprattutto perché nel giudizio comune le varie Istituzioni dello Stato stanno perdendo credibilità e autorevolezza. E questo è il vero pericolo per la democrazia.

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