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Migranti, i credenti non possono sostenere politici e politiche contro il prossimo

Sulle tante polemiche estive attorno al tema dell'immigrazione, con la chiusura dei porti italiani, ma spesso scatenate anche da post e tweet del ministro degli interni, Matteo Salvini, pubblichiamo questo intervento dell'ex-direttore della Galleria degli Uffizi, Antonio Natali.

Migranti eritrei sulla Nave Diciotti nei giorni in cui è stata lasciata ferma nel porto di Catania (Foto Sir)

La questione dei migranti rende impellente e moralmente ineludibile una presa di posizione ferma da parte di tutti quelli che giudicano inaccettabili le disposizioni e le dichiarazioni quotidiane del Ministro degli Interni su questo tema: dichiarazioni talora ufficiali (e dunque gravissime sul piano politico), talaltra affidate alla comunicazione informatica (e pertanto perfino più deflagranti sul piano sociale). Un ministro della Repubblica – a maggior ragione quando sia anche vice Primo Ministro – è voce dello Stato e lo Stato non è un’entità astratta, come sovente siamo portati a pensare. Lo Stato siamo noi, perché ognuno di noi è una parte dello Stato. E io, che pure sono intimamente persuaso del primato assoluto dello Stato e con questa convinzione mi son fatto per trentacinque anni suo servitore fedele, mi chiedo se oggi riuscirei a pronunciare lo stesso giuramento che recitai nel 1981, quando nei ranghi dello Stato entrai. Mi sarebbero d’impedimento non solo le mie convinzioni politiche, ma soprattutto il mio credo religioso. So bene che questa riflessione, di cui per primo avverto la gravità, collide – a sentire i sondaggi (da brivido) – con l’orientamento del 55% degli italiani. Ma la cosa che davvero mi addolora è la certezza che in quel 55% ci siano molti credenti.

Eccoci al punto.

¿In un momento scabroso come l’attuale non sarebbe il caso che in tutte le chiese si desse corpo a una riflessione quotidiana (quotidiana come quotidiana è la liturgia eucaristica) sul concetto di «prossimo»?

¿Non dovrebbero i sacerdoti - peraltro pungolati a questo dallo stesso papa Francesco, colui che avviò il suo pontificato col viaggio a Lampedusa! – profittare delle omelie per insistere e proprio martellare sulla centralità del «prossimo» nella religione cristiana?

¿Non sarebbe necessario ribadire energicamente – sùbito, senza indugi – la fondamentale nozione che il nostro «prossimo» è giustappunto quel nero (per di più musulmano) fuggito disperato dall’Africa per trovare un po’ di pane? Sospetto (lo dico col cuore afflitto) che all’ascolto d’omelie siffatte si leverebbe il malcontento e non mancherebbe neppure chi sortirebbe di chiesa. ¿Ma non è forse stato per bocca di Gesù in persona che s’è appreso l’ordine dei primi comandamenti?: il primo, l’amore verso Dio; il secondo, e quasi conseguente, l’amore per il «prossimo». E il «prossimo» fin da bimbi c’è stato autorevolmente insegnato che non è nostra madre o nostro padre, nostra moglie o nostro marito, o i nostri figli o i nostri amici. Sarebbe troppo facile. E ben misera sarebbe la nostra religione; che viceversa era, è e sempre sarà rivoluzionaria. Tutti sappiamo bene come le cose stiano.

Sappiamo bene che il «prossimo» è colui che ha bisogno; di più: è colui che ci resta difficile sopportare. Molti, in questi nostri tempi, all’udire i sacerdoti che dagli altari ribadissero con assiduo vigore questo principio, temo se n’andrebbero via tristi come il giovane ricco cui Gesù aveva detto di dare ai poveri tutti i suoi beni se avesse voluto essere perfetto. E però si rammenti che per quel giovane la donazione della ricchezza ai poveri suonava quasi come un gesto d’adesione estrema a Cristo; mentre l’amore per il «prossimo» è un comandamento sostanziale e ineluttabile; così importante da esser contiguo e anzi simile a quello dell’amore per Dio.

Ora che il male sta prendendo campo, il silenzio diventa connivenza. Servono parole decise che deprimano e rèvochino quelle dissennate, violente e irresponsabili, gridate da uomini che avrebbero invece la responsabilità della convivenza civile e pacifica. Chi vorrebbe minimizzare l’ascendente di queste voci scalmanate consideri che siamo arrivati ai colpi d’arma da fuoco contro le persone di colore.

In un passato neppur troppo lontano si è sorvolato (e non si doveva) su atteggiamenti irrisori nei riguardi dello Stato e dei suoi simboli. Si è tollerato (e non si doveva) che un politico in vista dicesse d’usare la bandiera italiana come carta igienica. Si è fatto finta di non sentire (e non si doveva) che un politico importante – più volte vicepresidente del Senato – paragonasse una donna (oltre tutto ministra italiana per l’integrazione) a un orango, per i suoi tratti somatici africani. Tutto questo è stato digerito; digerito a tal segno che oggi con un largo consenso si premia chi n’è erede diretto. E il brutto è che si premia proprio perché ferocemente si batte contro gli sventurati che da noi, rischiando in mare la vita, vengono per fuggire guerre e fame. Ch’è come dire, per l’appunto, il nostro «prossimo».

Nessuno dovrebbe sostenere questi uomini e le loro idee. Ma di sicuro mai e poi mai dovrebbe farlo chi davvero crede in Dio.

*già direttore degli Uffizi

(I punti interrogativi rovesciati all’inizio delle frasi indicano che si tratta appunto di frasi interrogative)

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