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Un Nobel agli europei che hanno smesso la guerra e iniziato a combattere per la pace

Il nobel per la pace 2012 è stato assegnato all'Unione europea che ha garantito 60 anni di coesistenza pacifica nel continente. Ma a chi assegnarlo? Simbolicamente se lo meritano tutti gli europei che in cento anni, seppure a prezzo di cinquanta milioni di morti, hanno cambiato professione. Hanno smesso progressivamente di combattere per la guerra e hanno cominciato a combattere per la pace.

Percorsi: Europa - Pace
Parole chiave: nobel (25), guerra (13), Ue (389)
Nobel per la pace all'Europa

La pace è come l’aria. Non ne senti l’importanza finché ci stai dentro. Così oggi in Europa ci sono uomini che ormai hanno quasi settant’anni e non hanno mai conosciuto la guerra. E può darsi che ritengano, in un mondo in cui tutto, anche il destino, ci è dovuto, che passare una vita senza vedere il babbo partire per il fronte o un bombardiere che ci minaccia la casa sia la ovvia condizione umana. Forse per questo il fatto che quest’anno il premio Nobel sia stato dato all’Europa per i suoi sessantasette consecutivi anni di pace è sembrato a molti quasi una cortesia superflua anziché il riconoscimento di fatto di un miracolo compiuto nella storia degli uomini anche se chi ci vive dentro ormai nemmeno più se ne accorge.

I nostri nonni o bisnonni che, nell’arco di trent’anni della prima metà del secolo scorso, dovettero passare attraverso la Grande Guerra, la guerra di Etiopia, la guerra di Spagna e infine di nuovo la guerra mondiale avrebbero invece probabilmente pensato che la guerra e non la pace era il quotidiano della loro vita. E anche per il loro passato non avrebbero avuto torto. Una cinquantina di anni fa il teologo belga Joseph Comblin si prese la briga di voler contare tutte le guerre che c’erano stare in Europa negli ultimi duemila anni. Ne trovò 286. In media una guerra ogni sette anni.
E se ora gli europei sono riusciti a vincere questo primato di pace non è per merito dei protagonisti di oggi, come sembra credere chi si chiede incuriosito chi andrà ora a ritirare il premio, e nemmeno per merito delle istituzioni e dei prodotti dell’Europa comunitaria, come pensa chi si è messo addirittura in testa che un pochino di merito del premio bisognava darlo anche al povero euro.

In realtà i sessantanni di pace dell’Europa sono soprattutto il risultato di una grande conversione spirituale e morale degli europei compiuta negli ultimi cento anni per passare dalla esaltazione della guerra alla difesa prioritaria della pace di cui purtroppo poco si parla anche quando si fa storia. È un ravvedimento colossale che, con questi risultati, non ha pari nel mondo e che, rispetto a tanti altri primati che il nostro continente ha perso e sta perdendo, rappresenta oggi forse l’ultimo e unico contributo europeo alla storia, può darsi domani alla civiltà intera, del mondo.

Il primo grande atto di questo grande disinganno degli europei si ebbe durante la Grande Guerra che fu, non dimentichiamolo, una guerra iniziata con centinaia di migliaia di volontari e fatta finire da milioni di disertori di cui uno dei prodotti fu la rivoluzione russa. Nella seconda guerra mondiale, per portare di nuovo a combattere gli europei, da una parte ci vollero due discipline d’acciaio come quelle delle dittature tedesca e sovietica. Le democrazie riuscirono a fare ancora la guerra affidandola più alle macchine che agli uomini a cominciare dagli aerei. Quanto agli italiani, dopo l’8 settembre, quando, come scrisse Nuto Revelli, un vestito in borghese costava quanto un camion, dissero di fatto addio non solo a quella guerra, ma a tutte le guerre. Da allora gli europei non sono stati in grado in fondo di portare a termine una guerra. La guerra di Algeria fu fatta finire dai francesi stessi con le obiezioni di coscienza, la renitenza assistita in patria e all’estero, le diserzioni in massa. Stessa cosa si potrebbe dire, se volessimo varcare l’Atlantico, della guerra del Vietnam, abbandonata perché i ragazzi americani non volevano più andarci. Come riconobbe alla fine Nixon «gli americani hanno sconfitto gli Stati Uniti». L’Occidente ha continuato a fare guerre ma solo a prezzo di non mandarci più soldati di leva. In Iraq e in Afganistan ci ha mandato prima i volontari, poi i mercenari, infine i robot come sono di fatto i droni che compiono la maggior parte del lavoro sporco a terra dove una volta ci andavano gli uomini. E anche laddove c’è ancora materiale umano da mettere in divisa si tratta di una pasta che non sembra più fatta per la guerra. Fra i reduci sono sempre più numerosi i distrutti per sempre nella psiche dalla guerra. In alcuni momenti della guerra dell’Afganistan il numero dei suicidi è stato quasi uguale a quello dei morti in combattimento.

Per questi motivi e per tornare all’Europa non c’è da chiedersi a chi consegnare il Nobel. Simbolicamente se lo meritano tutti gli europei che in cento anni, seppure a prezzo di cinquanta milioni di morti, hanno cambiato professione. Hanno smesso progressivamente di combattere per la guerra e hanno cominciato a combattere per la pace.

Quanto alle istituzioni europee, con il Nobel c’entrano purché non si confondano con quelle dell’euro e del mercato. L’idea che il modo per portare la pace era quello di creare una federazione di stati venne per primo tre secoli fa addirittura ad un americano. Si chiamava William Penn. Era riuscito nel miracolo di fare vivere come fratelli visi pallidi e pellirosse nella sua Pennsilvania. Nel suo «Saggio» per la pace presente e futura in Europa scrisse che per avere la pace nel nostro continente bisognava fare una federazione di stati. Naturalmente prima di fare l’euro.

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