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Il centrosinistra vince alla Camera, ma non ha i numeri per governare

Non c’è alternativa al rinnovamento della politica e dei partiti

La tornata elettorale ci lascia un quadro politico estremamente complesso. Ci sarà da ricostruire dalle macerie di un sistema bipolare che non ha mai funzionato davvero, per l’eterogeneità delle due maggiori coalizioni, e che sembra davvero giunto, almeno in questi termini, al capolinea. E serve una nuova legge elettorale.

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Intervento del premier Monti in parlamento (Foto Sir)

Non vorremmo essere nei panni di Pierluigi Bersani. Non solo perché ha dilapidato il patrimonio che i sondaggi nei mesi scorsi – sempre che valgano qualcosa – avevano attribuito al Pd e alla coalizione di centrosinistra, grazie anche alla risonanza mediatica delle primarie, ma perché in quanto leader dello schieramento maggioritario alla Camera dovrebbe avere il compito di tentare di formare un governo, per provvisorio che sia, a meno che dal cilindro di Napolitano non venga fuori un altro Monti, dopo che quello originale si è a sua volta bruciato con il risultato delle urne. E farlo con in tasca una vittoria di Pirro e con il fantasma di Renzi nuovamente davanti sarà certo ancor meno gradevole che facile per il segretario del Pd e candidato premier di una coalizione vittoriosa sia alla Camera che al Senato per un’incollatura.

Se Berlusconi avesse completato il miracolo della rimonta con il sorpasso, con tutta probabilità Bersani non avrebbe avuto altra scelta che quella di mollare immediatamente la panchina. Ora invece dovrà prendersi l’onere di promuovere o comunque favorire in qualche modo una soluzione che consenta di tornare alle urne dopo l’approvazione (finalmente) di una nuova legge elettorale e l’elezione del nuovo presidente della Repubblica, mantenendo al tempo stesso gli impegni verso l’Europa per rassicurare il più possibile i mercati. Se non è la quadratura del cerchio, poco ci manca.

Non vorremmo essere quindi nei suoi panni, ma siamo comunque in quelli di un Paese che attraverso il voto ha dimostrato, se ancora ce ne fosse stato bisogno, tutto il proprio malessere, e che ora, in un momento così drammatico, non vede una via d’uscita. E allora non c’è altra strada, per le due maggiori coalizioni, che quella di prenderne atto e rendere possibile quel «bene comune» che il centrosinistra aveva assunto a slogan ma che ora non può garantire nemmeno con l’appoggio di Monti. Un obbligo, bene o male, anche per il Pdl, al di là delle promesse berlusconiane e del probabile «voto di pancia» di buona parte del suo elettorato.

Ma ciò comunque non basterà a disinnescare la bomba dei Cinque Stelle, nuovo primo partito alla Camera, autentico vincitore delle elezioni per aver attinto a mani basse soprattutto – ma non solo – tra le fila dei delusi di sinistra e probabilmente del non voto, che pure è aumentato. Ci sarà da ricostruire dalle macerie di un sistema bipolare che non ha mai funzionato davvero, per l’eterogeneità delle due maggiori coalizioni, e che sembra davvero giunto, almeno in questi termini, al capolinea. Facendo vittime illustri anche tra chi lo aveva avversato, vedi soprattutto Fini ma anche l’Udc, che paga con una quasi scomparsa il «no» alla lista unica di centro alla Camera, mentre a sinistra naufraga nel ciclone grillino anche il velleitario tentativo di Ingroia trascinando con sé il sempre più impresentabile Di Pietro.

Ricostruire, quindi, e con tutta probabilità ripensare e ricomporre, sulla base di un nuovo sistema elettorale ma ancor più di un rinnovamento reale della politica e dei partiti. Una scommessa difficile ma a questo punto ineludibile, a cui anche i cattolici dovranno necessariamente dare il proprio contributo. Richiamandosi e richiamando davvero a quel concetto di bene comune che è loro proprio, più ancora che di chiunque altro.

Non c’è alternativa al rinnovamento della politica e dei partiti
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