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Non isolarsi per non dimenticare gli altri e crescere nell’indifferenza

Hikikomori, nella lingua giapponese, significa «stare in isolamento». Il termine indica le persone, per lo più giovani, che si chiudono in casa, che mantengono qualche relazione con gli altri solo grazie alle tecnologie, e così finiscono per non avere contatti reali con nessuno. In Giappone si tratta di una condizione diffusa: si parla di 1 milione di casi. In Italia c’è un’associazione che se ne occupa e che stima siano 100mila le persone che si comportano in questo modo.

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Solitudine

Questo accadeva prima della pandemia. Oggi è indubbio che tale condizione d’isolamento riguarda buona parte di noi, giovani e vecchi: certo in forme meno patologiche di quelle che caratterizzano gli hikikomori giapponesi. Il periodo nel quale siamo stati costretti a limitare o ad annullare i contatti fisici ha lasciato infatti non poche conseguenze nei nostri modi di pensare e di agire. Il lavoro, poi, continua per molti a dover essere fatto a casa, e le nostre stesse relazioni siamo ormai abituati a gestirle a distanza. Tutto questo fa sì che la solitudine continui a essere, per molti, una realtà: motivata ancora dalla prudenza, ma sempre più difficile da sopportare. E così si diffonde una sensazione di disagio, che non basta qualche passeggiata o qualche incontro a dissipare.

L’uso e l’abuso che facciamo delle tecnologie, in questo quadro, non è la causa, ma l’effetto della solitudine che sperimentiamo. Certamente: se preferisco dialogare con l’assistente vocale del mio smartphone invece che con qualche amico, ciò adesso è reso possibile dal fatto che questo o quel dispositivo, questa o quella piattaforma sono fatti in modo da fornirmi una parvenza di relazione sociale. Ma si tratta di un comportamento che è il sintomo di una certa condizione e che a essa cerca di rimediare: con la conseguenza di sostituire la mia esperienza diretta delle cose con ciò che trovo nel web.

Se tale condizione d’isolamento si consolida, però, e se si radica nella mentalità comune, le conseguenze non solo per il nostro equilibrio, ma soprattutto per la possibilità di una convivenza sociale, rischiano di essere dirompenti. Certo: la tendenza a stare ciascuno sempre più per conto suo era già inscritta nella nostra epoca. In Italia, poi, da sempre siamo abituati a rivendicare il nostro spazio di azione, senza necessariamente considerare quello degli altri. La pandemia sembra aver enfatizzato questo carattere. E così, al di là delle manifestazioni di solidarietà, delle bandiere appese alle finestre, dei canti e gli applausi per chi operava per il bene comune, ciò che rischia di rimanere dopo il lockdown è una sorta di «liberi tutti», in cui ciascuno fa riferimento solo su di sé.

Siamo tutti un po’ hikikomori, dunque, e rischiamo di esserlo sempre di più. Ma non si tratta solo di una patologia specifica, che viene espressa con una parola giapponese. È una condizione in cui possiamo ricadere tutti quanti, ereditandola dall’epoca della pandemia. È anzi un peccato grave, che papa Francesco, ad esempio, non cessa di esortarci a combattere. Si tratta dell’atteggiamento d’indifferenza: nei confronti degli altri, nei confronti di tutto.

L’isolamento, la solitudine, anche se dolorosa, portano a distaccarci dagli altri. Finiscono per produrre indifferenza. È questo ciò che dobbiamo combattere. Solo così, solo uscendo dalle nostre case, solo occupandoci degli altri, solo riprendendo il gusto del mondo saremo pienamente noi stessi. E potremo tornare a essere felici.

Fonte: Tog
Non isolarsi per non dimenticare gli altri e crescere nell’indifferenza
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