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Non sappiamo più né leggere né scrivere

Torna anche in Toscana la prima campanella del nuovo anno scolastico e si tornerà a parlare di aule fatiscenti e mancanza di insegnanti di ruolo, di genitori o invadenti o assenti e di alunni assenti o invadenti…  Il problema primo e vero però è un altro: non sappiamo più né leggere né scrivere.

Una classe elementare (Foto Sir)

Caro maestro Alberto Manzi, per favore fai qualcosa tu prima che sia troppo tardi. Comincia la scuola e si tornerà a parlare di problemi reali: aule fatiscenti e tetti pericolanti, insegnanti di ruolo fatiscenti e supplenti pericolanti, genitori o invadenti o assenti, alunni assenti o invadenti… Le solite cose. Il problema primo e vero però è un altro: non sappiamo più né leggere né scrivere.

Illustre Manzi, dirai: dopo tutta la fatica che mi toccò fare negli anni Sessanta? Io con i potenti mezzi Rai, lavagna e carboncino; e i miei alunni belli freschi dal lavoro nei campi, gli abiti da lavoro rattoppati, in quelle aule arrangiate dentro il bar del paese davanti al televisore a valvoloni issato sul trespolo? Tutto fu vano? No, anzi sì, cioè forse. Certo non da solo, ma hai contribuito a sconfiggere l’analfabetismo in Italia. Sei un mito.

Purtroppo la stessa televisione che ti ingaggiò, affidandoti lavagna e carboncino, poi ha rovinato tutto. Moltiplicandosi come un orrido blob ha ingurgitato tutto il tempo degli italiani, che hanno ritenuto inutili i libri; se tu gli avevi dato tante parole varie e ricche, la televisione si è abbassata a una lingua basica di 400 miserabili vocaboli. Per farla breve, oggi c’è il cosiddetto analfabetismo di ritorno. Siamo tornati a prima degli anni Sessanta, anche se la quinta elementare ce l’hanno tutti.

Ora però, gentile maestro Manzi, siamo a una fase ulteriore: l’analfabetismo di partenza. Gli analfabeti di ritorno almeno erano partiti; i nuovi neanche quello. E la scuola, dirai tu? Ah, non c’è più il carboncino! Ci sono macchinari fantascientifici, pixel a gogò, è tutto diverso. Però… Non sappiamo più né leggere né scrivere.

Dovresti farti dare un permesso dal Capo e fare un capatina quaggiù. Il ministro? È nuovissimo, fresco come una rosa rugiadosa, avrà tempo per sciuparsi (se il governo non cade prima). Inutile andare da lui. Che potrà mai fare? Un decreto, una circolare, a cui far seguire protocolli attuativi, direttive dirimenti, minacce e lusinghe? Siamo in emergenza, bisogna andare direttamente da loro, dai maestri e dalle maestre. Diglielo tu: insegnate a leggere e a scrivere. L’ortografia. I verbi. Il congiuntivo. I comparativi e i superlativi. I plurali in –cia e –gia. I monosillabi, accentati o no. Elisioni e troncamenti. Le apparizioni e sparizioni dell’acca, se sarà anche muta, ma ci sente benissimo. Fate leggere i vostri alunni, che leggeranno solo se, superata (anche a nerbate… metaforiche, s’intende) la fatica iniziale, scopriranno il piacere. Un modo pratico per riuscirci è leggere voi ad alta voce in classe. Le parole, le parole calde e carezzevoli, le parole affascinanti da far volteggiare come giocolieri.

Ce ne sarebbero di cose da suggerire, bisbigliando nel sonno a maestri e maestre. Non solo: a tutti gli italiani. Gli insegnanti sono importanti; ma, peggio saranno trattati, peggio loro considereranno se stessi e meno ameranno la professione. I piccoli analfabeti di partenza resteranno al palo, se non vedranno mai i genitori leggere con piacere. Non tutti si chiamano Matilda… E chi è arrivato fin qua non può non conoscere Roald Dahl.

Infine, maestro Manzi, vai direttamente da Mattarella e digli di aver pietà per quei bimbetti a cui domandano: o piccino, vai a scuola? Sì, alla scuola primaria di primo grado, e quando finisce di dirlo sviene dallo sforzo. «Elementare», una parola sola. Semplifichiamoci la vita e pazienza se vorrà dire tornare indietro: solo i saggi sanno ammettere di aver sbagliato.

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