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Più che «bamboccioni» una bomba sociale. Ma la colpa non è loro

Diciamo la verità: chiamarli «bamboccioni» secondo la celebre definizione di Tommaso Padoa-Schioppa o «Neet» (Not in Employment, Education or Training), ovvero senza lavoro e senza studio, è un modo elegante per addolcire la pillola, se non addirittura per esorcizzare il problema.
DI DOMENICO DELLE FOGLIE

Parole chiave: giovani (504), famiglia (461), crisi economica (372), lavoro (615)

di Domenico Delle Foglie

Diciamo la verità: chiamarli «bamboccioni» secondo la celebre definizione di Tommaso Padoa-Schioppa o «Neet» (Not in Employment, Education or Training), ovvero senza lavoro e senza studio, è un modo elegante per addolcire la pillola, se non addirittura per esorcizzare il problema. L'allarme è stato lanciato dall'Istat: in Italia ci sono due milioni di giovani fra i 15 e i 29 anni che non lavorano, non studiano e non si aggiornano. Un'autentica bolla sociale che tocca milioni di famiglie. Di sicuro, peggiore della bolla finanziaria. Ora, affrontare con leggerezza il problema, come ha fatto molta stampa italiana, quasi che raccontare un fenomeno equivalga già a risolverlo, magari con un tocco di glamour che accompagna purtroppo larga parte della nostra pubblicistica, fa un torto a milioni di giovani e alle loro famiglie.

Innanzitutto perché con questo sguardo sempre rivolto al «campo lungo», si finisce per non vedere quanto invece si coglie solo con uno sguardo ravvicinato: le diversità, i drammi personali, le vie di fuga individuali, le situazioni particolari che investono i singoli e le persone. Procedere per categorie, dinanzi ai grandi numeri, fa perdere di vista la persona umana il cui valore individuale è diluito in questa massa eterogenea. Basti una considerazione elementare: ci sarà pure una differenza fra un bamboccione milanese che vive in una famiglia di professionisti e il giovane di Termini Imerese con papà cassintegrato o disoccupato, ed ancora con il ragazzo che vive nella borgata romana con mamma impiegata statale. Le storie e le condizioni sono così diverse, sul solo piano territoriale, per non parlare di quello sociale e finanziario, che meriterebbero da parte della classi dirigenti un approccio onestamente più serio. Ma in un contesto pubblico come quello in cui viviamo, in cui agli estremi troviamo da un lato una manovra lacrime e sangue e dall'altro una narrazione pubblica costruita sul disimpegno totale, si fa fatica sinceramente a raccapezzarsi per afferrare il bandolo della matassa.

Proviamo così a mettere alcuni punti fermi.

Primo: la spesa pubblica e la necessità del rientro dal debito sembrano impedire qualunque investimento sui giovani.

Secondo: le famiglie sono gli unici soggetti che ancora sono in grado di sostenere il peso di queste generazioni. Peso non solo finanziario e assistenziale, ma anche morale.

Terzo: i giovani devono prendere atto che nel pubblico impiego non ci sarà lavoro sufficiente per tutti, almeno per cinque/dieci anni.

Quarto: il rischio che queste giovani generazioni possano presto diventare una bomba sociale è molto serio.

Quinto: è un obbligo per tutti, giovani e adulti, cominciare a gestire sapientemente la decrescita, senza drammi, ma con la convinzione che è necessario vivere in maniera più semplice e lavorare più duro, il che significa anche accettare fatiche sino a ieri impensabili. Anche questo è stato il vivere al di sopra delle nostre possibilità.

Ma tutto questo non assolve le classi dirigenti di questo Paese, ad ogni livello, per le loro inadempienze e per le loro omissioni. Ridare speranza al Paese e ai giovani soprattutto, è il loro (nostro) dovere primario.

Più che «bamboccioni» una bomba sociale. Ma la colpa non è loro
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